L'arte urbana e cosmopolita di Titina Maselli

Modesta Maselli, a dispetto del nome di battesimo, è figlia dell'aristocrazia intellettuale romana. Nella casa dove, nel 1924, è nata e cresciuta Modesta, per tutti Titina, passavano a cena Luigi Pirandello con il figlio Fausto, Alberto Savinio, Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli, Emilio Cecchi. Papà Enrico era il critico d'arte del Messaggero e mamma Elena adorava le chiacchiere e le tavolate. È in questa casa in via Sardegna che Titina dipinge - il papà le organizza la prima «personale», in salotto, quando ha 11 anni - e gioca con il fratello Citto.

Originale e talentuosa Titina lo fu fin da ragazzina e ora, a dieci anni dalla morte, un libro ne ricostruisce la biografia umana e artistica. Titina Maselli. Autoritratto involontario di una grande artista (Castelvecchi, pagg. 220, 35 euro), di Sabina de Gregori, è un reportage a più voci, quelle di amici, parenti, conoscenti, critici, giornalisti e colleghi, sulla complessa esistenza di Titina: la ricostruzione puntigliosa, infarcita di testimonianze e dettagli, pare un risarcimento alla superficiale attenzione che il mondo dell'arte italiana dedicò a Maselli quando era in vita. Come quella volta che, per festeggiare i suoi ottant'anni alle Scuderie del Quirinale - officianti Walter Veltroni e Achille Bonito Oliva - le fu promessa una grande mostra al Parco delle Esposizioni e poi non se ne fece nulla.

Cosmopolita, bella, arguta ed elegante, Titina Maselli ha sempre perseguito un'arte controcorrente: mai un'etichetta di comodo, mai un'opera dipinta secondo la moda del momento, mai un ammiccamento al mercato (non aveva un mercante né una galleria di riferimento). È senza dubbio da annoverare tra le grandi artiste del Novecento ma va detto che il «personaggio Titina» ha oscurato la sua raffinata produzione. Dipingeva vestita in Chanel, si spostava solo in taxi e regalava laute mance; appena ventenne, sposa Toti Scialoja ma, «troppo simili per durare», due anni dopo dice addio a lui e alla Scuola romana (di Festa, Schifano, Rotella). Negli anni Cinquanta va New York, dove vive in un modesto alloggio e assume - nelle giuste dosi - la lezione della Pop Art. Torna poi a Roma per proporre una pittura forte, fatta di segno e di colore (i blu, gli inconfondibili viola, i rossi, i gialli). Lei che è uno scricciolo dipinge pugili, atleti, stadi, lei che non guida ritrae auto e camion. Nella capitale non cerca le vedute antiche ma i cavi elettrici, i neon, le insegne dei bar: brama «cose urbane» da riversare sulla tela. Si muove in maniera sontuosa davanti a quadri su cui traccia segni essenziali: questo stridente contrasto è all'origine dell'incomprensione da parte del grande pubblico mentre nel volume di de Gregori l'intensità dei ricordi di chi l'ha conosciuta è tale da trasmettere la forza di una personalità fuori dall'ordinario.

Titina non era, come vorrebbe il suo nome, modesta nell'apparire ma lo era nella creazione di una pittura elegante e misurata. Il suo stile è ispirato per certi versi alla lezione del Futurismo, per altri alla Pop Art e alle avanguardie italiane: modernissimo, ancora oggi. Devota al lavoro, partecipò a molte Biennali (l'ultima nel '95), espose e visse a Parigi, si appassionò al teatro, collaborando fino all'ultimo come scenografa con le migliori compagnie francesi. Spirito libero, «comunista borghese» profondamente generosa, femminile e mai vanesia, Titina Maselli è artista non catalogabile. A chi le chiedeva che cosa fosse l'arte, rispondeva: «L'unica giustificazione». Avercene, oggi.