Lasagne, "selfie" e prosecco. La grande bellezza dello Strega

Cronaca d'autore della finalissima fra buffet (ottimo) e lobby (potenti). Dove tutti inseguono tutti e il verdetto interessa solo a chi arriva secondo

Dal Ninfeo di Villa Giulia, Roma

Meglio esserci o non esserci? Io, nel dubbio, scelgo di esserci, come tutti. Ma come si va vestiti alla serata del Premio Strega? Sarebbe bello non essere vestiti come tutti. Per questo avevo cercato di convincere due amici di Nuovi Argomenti a venire insieme vestiti da cardinali: «Avete idea di come staremmo bene con la mitra e i paramenti? Molto Grande Bellezza». Ma, lasciato solo nell'impresa, desisto. E siccome la sciatteria del «Sono un intellettuale, non mi curo del mio aspetto» è passata di moda non mi resta che essere davvero come tutti e buttarmi sull'elegante/classico, da disimpegnare con un accessorio stravagante che gridi al mondo «Non sono un impiegato di banca, sono un artista». Il che mi costringe a un pomeriggio di shopping che si trasforma in una corsa contro il tempo per mettere le mani su calzini antracite che si abbinino ai pantaloni e un fazzoletto da taschino dai colori sgargianti.

Ma l'abito non è tutto. Il rischio di fare da tappezzeria, finendo a ubriacarsi con altri emarginati dal bel mondo è da scongiurare a tutti i costi. L'obiettivo è esserci, come tutti, ma un po' più di tutti. Il modo migliore, mi dicono, è portarsi dietro una biondona appariscente che faccia credere a tutti che sei più di tutti. Così, convinco un'amica aspirante attrice ad accompagnarmi, indossare un abito scollato e guardarmi con venerazione senza dire una parola per tutta la sera. Da Termini prendo un taxi abusivo, che ha il vantaggio di farmi arrivare con un macchinone davanti al Ninfeo sotto gli occhi di un giovane editor in vespa che mi guarda invidioso mentre dico al tassista cui avevo chiesto di prestarsi al gioco «Ti chiamo quando ho bisogno, Ambrogio, resta nelle vicinanze» e mi avvio all'ingresso insieme alla mia + 1.

Temo che avrò problemi a farla entrare e sono pronto a fingere di indignarmi: «Come osate rimbalzare una grande scrittrice ucraina fuggita dalla guerra civile in cerca di un rifugio?». Ma non ce n'è bisogno, si entra con facilità, nessuno controlla gli inviti, sono tutti concentrati sul buffet. «Qui c'è gente che non mangia da giorni apposta per la grande abbuffata», dice uno degli organizzatori. È una sfilata di lasagne e prosecchi. Tra strette di mano e sguardi famelici, giovani elegantissimi che credono ancora di poter lavorare in questo campo mantenendo un certo decoro e veterani che hanno gettato la spugna: «Bona sta pasta ar forno, pure mejo dell'altr'anno».
Della gara quasi non se ne cura nessuno. E attorno ai finalisti è un turbinio di uffici stampa che fuggono da autori frustrati alla disperata ricerca di attenzioni, giornalisti che inseguono autori importanti, autori frustrati che inseguono giornalisti che inseguono autori importanti, esordienti con manoscritti sotto braccio e finti snob che dicono di essere finiti lì per caso. Come ogni anno. Da vent'anni.
Gruppi si formano e si disfano come sciami di rondini, per ognuno un selfie, ma con lo snobismo al contrario di chi, non potendo snobbare la nuova moda, né rischiare di non poter dire «Io c'ero» agli amici non amici della domenica, la ostenta con entusiasmo esasperato.

La conclusione della gara, con la vittoria di Francesco Piccolo, è una formalità. E l'unico a cui importa davvero è l'eterno secondo, Scurati.
Il resto dei presenti finge disinteresse, sognando segretamente il giorno in cui potrà salire sul palco del Ninfeo di Villa Giulia a trangugiare quell'intruglio giallastro che è comunque l'unico modo per vendere libri e conquistare la fama che ha sempre desiderato, come tutti.
Poi sarà il momento del discorso, di salire fintamente imbarazzati sopra una sedia alla cena della propria casa editrice e godersi da una prospettiva sopraelevata i propri sudditi che stringono accordi, brindano e s'infrattano a pomiciare nei bagni in onore del vincitore.

Che è quello che succede a Piccolo, alla cena del gruppo Mondadori.
Che senso ha tutto questo? Questo magna magna, tra lobby editoriali, polemiche, promesse, ricatti, favori, che cosa c'entra coi libri?
Lo chiedo a Piccolo alla fine della cena. Lui, che è così introdotto, non solo nell'editoria, ma anche nel cinema e nella tv, cosa pensa cambierà nella sua vita adesso? «Molto poco - dice - ma sono davvero contento». E, per quanto sia stucchevole dirlo, si vede che è contento. E, per quanto faccia figo dire il contrario, mostrarsi indifferenti e recitare la parte dei superiori, per vincere lo Strega, guadagnare di più coi propri libri, essere letti da più persone, essere invidiati e venerati, concupiti e vezzeggiati, ognuno farebbe carte false. Come tutti.

Solo che la vera star della serata più importante per gli scrittori italiani, non è uno scrittore, ma un critico d'arte. È Vittorio Sgarbi che spopola dall'inizio alla fine, seguito da un codazzo di ammiratori e giovani discinte. Quando finisco nel suo gruppo s'è già accaparrato due accompagnatrici. E, nel tempo di un paio di selfie, si frega anche la mia.
E mentre me ne sto in strada, sperando di incrociare un altro taxi abusivo, il sospetto mi viene. Davvero ha senso lottare per anni pur di vincere lo Strega?
Non ci sono modi migliori per diventare ricchi e famosi?
In fondo non è questo che desideriamo, come tutti?
Twitter: @cubamsc