Lernet-Holenia vs Benn, buono contro cattivo

Ecco l'inedito duello epistolare fra i due autori

La domanda non è vecchia quanto il mondo, ma quasi. La domanda si pone da quando l'umanità comprese che l'arte può avere anche una funzione sociale, può coltivare e indirizzare il mondo stesso, l'umanità stessa verso il bene comune. Quindi la domanda è: potendolo fare, deve farlo?

Posta nella Germania del 1952, con Adenauer al posto di Hitler, in un Paese che si stava a fatica disintossicando dall'overdose di droga nazista, la domanda, a parere dei più, aveva una risposta scontata: «Certo che sì, e alla svelta anche». Fra i più c'era un non tedesco, un austriaco, lo scrittore Alexander Lernet-Holenia (Vienna, 1897-1976), per sua fortuna atterrato morbidamente sia sull'Anschluss del '38, sia sulla guerra mondiale che visse, a causa delle gravi ferite riportare due giorni dopo l'invasione della Polonia e che ne avevano reso urgente il rimpatrio, dal confortevole rifugio della sezione di drammaturgia dell'ufficio cinematografico militare di Berlino. Prima, durante e dopo il conflitto, Lernet-Holenia pubblicò numerosi romanzi che bene illuminano, insieme a quelli dell'inarrivabile Joseph Roth, l'autunno dell'epopea austro-ungarica. Lernet-Holenia non era quel che oggi definiremmo uno «scrittore impegnato» o uno «scrittore sociale», non era l'Emile Zola o il Victor Hugo della Finis Austriae. Tuttavia fu tra i pochi intellettuali non ebrei a non avvicinarsi di un centimetro all'ideologia nazionalsocialista, pur senza auto-esiliarsi, come fecero Heinrich Mann, Bertolt Brecht e altri. Anche per questo, nel 1952 che vedeva tra l'altro, non dimentichiamolo, la fortificazione del confine fra la Germania dell'Ovest e quella dell'Est, il buon Lernet-Holenia osò appellarsi pubblicamente, chiedendo sostegno nell'opera di ricompattamento spirituale e politico, a chi con il nazionalsocialismo aveva flirtato per un certo periodo, salvo poi distaccarsene con un deciso strappo: Gottfried Benn (Mansfeld, 1886 - Berlino, 1956) che sarebbe stato il poeta nazionale, se allora la Germania si fosse sentita convintamente di nuovo una nazione. Così, Lernet-Holenia prese carta e penna e scrisse alla Neue Zeitung una lettera aperta a Benn. La sua missiva missionaria comparve nel numero del 27 e 28 settembre, e la risposta di Benn arrivò sul numero del 18 e 19 ottobre.

Leggere entrambe ora, per la prima volta in italiano, nel volumetto Arte monologica? (Adelphi, pagg. 85, euro 7, traduzione di Amelia Valtolina e Luciano Zagari, con il saggio benniano Nietzsche - Dopo cinquant'anni, fra due giorni nelle librerie) è un'illuminazione. Perché le parole dei due scolpiscono nel marmo i termini della questione, validi sia per la Germania del secondo dopoguerra, sia per l'Italia di oggi, sia per chi e che cosa volete voi, per esempio la Francia e la Russia prima e dopo le rispettive rivoluzioni... Da un lato il richiamo alla discesa in campo in qualità di guida intellettuale e in nome dei più alti principî: «Sarebbe tempo che Lei parlasse anche alla nazione, non già alla nazione intesa nel senso corrente, con l'accento sul potere politico, bensì nell'alto senso spirituale cui Hofmannsthal ha dato forma», poiché «tutti coloro che sono soli, falliscono di conseguenza». Dall'altro lato l'orgoglio, di impronta nicciana, dell'artista che, pur non arrivando a disprezzare per intero l'indistinta folla, se ne tiene a debita distanza, almeno nel momento della creazione: «La platea, la collettività, la gloria, la nazione - tutto è irrilevante: in quel momento io sono immortale».

Lernet-Holenia chiedeva aiuto al poeta Benn e alla sua potenza da leader (non da führer...), ma Benn gli rispose picche da saggista. Quel saggista che in Pessimismo aveva scritto: «L'uomo non è solitario, ma il pensiero lo è». E che in Sul tema storia, del 1942 o '43, elencava, fra i suoi «desideri per la Germania», questo: «Soppressione di ogni persona che nei prossimi cento anni dica prussianesimo o Reich». Decisamente, Lernet-Holenia si era rivolto alla persona sbagliata.