L'eroe che sussurra nel ventre del cavallo

Il romanzo di Sergio Perroni, purtroppo escluso dal Campiello, fa rivivere le paure e i dubbi degli achei infiltrati a Troia

Si è detto, su questo giornale, e non senza ragione, che l'ultima edizione del Salone del Libro di Torino è sembrato il congresso «ombra» del Pd. In effetti la presenza, a parte il Ministro della Cultura Bray, anch'egli organico al Pd e Deputato, di Walter Veltroni, Dario Franceschini, Matteo Renzi, Piero Fassino, Roberto Saviano, Giancarlo Caselli, Umberto Eco, Eugenio Scalfari e molti altri, certamente più attivi degli intellettuali di destra, ma inequivocabilmente schierati, ha dato sostanza a questa impressione. Ma è anche vero che gli organizzatori hanno dato poco spazio a personalità originali non riducibili a un pensiero unico. Certo, nonostante la crisi, il Pd ha tenuto sempre vivo il confronto di idee, ma si è sentita la mancanza di voci originali come quelle di Aurelio Picca, di Guido Ceronetti, di Roberto Calasso, di Marcello Veneziani, stranamente assenti. Con loro, e tanto più incomprensibilmente, giacché ha da poco pubblicato un libro forte e ispirato, Sergio Claudio Perroni. Il suo Nel Ventre (Bompiani, pagg. 117, euro 13), rivelazione di un talento maturato nell'esercizio di una lingua rarefatta, sintetica, essenziale, è il racconto dei pensieri e dei turbamenti dei soldati che, con Ulisse, attendono il momento dell'azione, nel ventre del Cavallo di Troia. Un punto di vista drammatico e insolito. Il loro pensiero è corale, è una voce: «Siamo trenta, siamo ottanta, siamo tanti da non contarci... ma è un conto che non spetta a noi, e neanche i re si danno pena a farlo, ché di un guerriero si contano forse le spade che ha? O gli elmi? ... e chi muore di noi non è mai morte d'uomo: è spada caduta, lancia spezzata, schianto di scudo. Loro guerrieri, noi guerra». Ulisse guida i loro pensieri, li esorta ad avere coraggio: «Ogni volontà dell'uomo nasce dal sogno».
Perroni non sopporta la caduta delle idee, il fragile dibattito di menti deboli, e proietta il suo sentimento, e la sua visione eroica della vita, negli eroi omerici. Ma ciò che in Omero era racconto, in lui diventa storia di anime, storia psicologica. I gesti di quegli uomini si fanno duelli di sogni. Esemplare la risposta di Neottolemo davanti alle difficoltà: «Nelle mie vene, a giudicare di ciò che sento di me stesso, scorre più il dispetto di Atena che il suo favore». Paura, dubbi, tormenti, turbamenti, attraversano le menti, fino a renderle femminee, di quei militi in attesa del momento decisivo.
Il tono di Perroni è alto anche nelle descrizioni, anche nel racconto. Ogni dubbio è respinto, ogni sogno presago di sventura è smentito. «Seduto davanti al canapo, Ulisse ride alle parole di Neottolemo: Tornare indietro? Cos'è “indietro”, ragazzo? Dov'è? Conosci un mare, uno soltanto dei mille mari del mondo dove indietro sia possibile? ... No, Neottolemo: la strada la fa la prua, e le prue non hanno altra strada che non sia avanti!». Nei personaggi dell'impresa, Perroni adombra virtù che il nostro tempo ha tradito, o ha dimenticato. Una visione eroica della vita che non trova testimoni e titolari nel nostro tempo. Eppure, a tal punto Perroni umanizza gli eroi dell'impresa di Troia che essi sembrano presenti, qui e ora, contemporanei, con sentimenti ed emozioni modellati sui nostri. Nello scontro costante tra Epeo e Neottolemo, quest'ultimo manifesta, dopo la paura, il ritrovato coraggio: «E tu saresti un re? Solo uno schiavo farebbe sbarcare in terra di conquista i servi prima dei padroni».
Il tono di Perroni è sempre aulico, solenne, contemporaneamente senza tempo e nostalgico di un tempo irripetibile. Quando Epeo, imprudente, muore, Perroni scrive con un ritmo concitato: «E zitto se ne muore Epeo, re e artefice, col gemito che Ulisse travisa e Neottolemo non sente, assorti come sono ad ascoltare il fuori dall'occhio della bestia; zitti se ne muoiono i suoi occhi stupefatti e l'oro sperduto del suo ridere buio, senza che io o nessun altro milite muova il gesto vano di un soccorso, esperti come siamo del morire quanto ignari del vivere; zitto se ne muore anche l'ultimo nome del suo sussurro, dissolto nel silenzio guasto della bestia che ha ripreso l'andare».
Al compimento dell'impresa tutto resta sospeso, niente è deciso. L'attesa nel ventre è senza fine: «Sempre così marci di paura i mortali, eppure così avidi di avvenire. Come se ciò che temono avesse corpo in quell'interminabile presente che è il passato, dove invece ha appena le radici che loro stessi hanno piantato... mentre i frutti velenosi sono proprio in quel futuro di cui non sono mai sazi».
A questo tempo fermo si ispirano anche le illustrazioni di Velasco Vitali, inframezzate alle pagine del romanzo, che hanno lo stesso passo formale della lingua alta di Perroni, e rendono il libro un raro esempio di poesia inattuale.