«Ma la letteratura è molto più vera degli atti giudiziari»

È giusto assolvere una donna colpevole di un delitto perché suo marito era cattivo violento? Perché anche l'assassino di un serial killer merita di essere punito? Come vanno giudicati i colpevoli di uno stupro e omicidio di gruppo? Quali sono i veri limiti della giustizia? Sono domande che emergono leggendo i racconti che l'avvocato penalista tedesco Ferdinand von Schirach ha riunito nella cupa antologia I colpevoli (Longanesi, pagg. 179, euro 14,90, traduzione I.A. Piccinini). Storie raccontate con stile lapidario, ma spietato e tagliente. E se nella raccolta precedente Un colpo di vento l'autore aveva mostrato grande capacità di mimesi narrativa e con il successivo romanzo Il caso Collini aveva messo al centro del mirino il passato nazista del suo Paese, con I colpevoli compie un'analisi sconvolgente dell'ingiustizia.
Come ha scelto le storie raccolte dell'ultima antologia?
«L'idea era di mostrare le molteplici sfaccettature della colpa».
Quanto deve camuffare nei suoi racconti i veri casi che ha seguito come avvocato e quanto lascia invece trapelare la loro vera origine?
«La letteratura è sempre più vera di un atto giudiziario. Naturalmente ho cambiato nomi, luoghi, persone: come avvocato sono tenuto al segreto professionale. Nel racconto Festa in piazza non è che abbia importanza se questo stupro di massa sia avvenuto a una festa di paese o su un carro da carnevale che avanzava tra la folla. A essere cruciale è il tono di fondo di questo caso, il concorso di circostanze, il momento tragico. Un tono che ciascuno sente a modo proprio. Il giudice che legge il racconto e ha deliberato sul caso probabilmente direbbe che è stato completamente diverso».
Ma come si sentì lei in quell'occasione?
«Gli scrittori che spiegano da capo i loro racconti al di fuori dei racconti stessi non valgono niente. Se il racconto non lo spiega, vuol dire che non è riuscito. Più di quello che ho scritto non posso dire».
Come fa a dormire la notte dopo avere affrontato in tribunale casi del genere? Raccontare certe situazioni le serve per esorcizzarle?
«Io dormo bene. Scrivere non è certo una forma di terapia contro gli incubi, se è questo che intende. Un penalista che si lasci tormentare dai suoi casi farebbe meglio a cambiare mestiere».
Quali sensazioni pensa di suscitare in chi legge le sue storie?
«Non saprei. Se va bene, il lettore comincia - come sempre accade con la letteratura - a riflettere su se stesso».
Ci sono autori dai quali pensa di aver imparato a scrivere racconti così efficaci?
«Ho iniziato a scrivere quattro anni fa, a 44 anni: un'età in cui si è ormai probabilmente troppo vecchi per inseguire modelli. Secondo me uno può scrivere solo in base a come è. Ma naturalmente ho vari autori che ammiro: Kafka, Hemingway, Capote, Carver, solo per citarne qualcuno».