La lezione di Melograni lo storico ribelle che abbandonò il Pci

Piero Melograni è stato uno storico insieme esemplare e unico. Esemplare, perché ha sommato nella sua attività di studioso, così come nella sua biografia, le qualità e le caratteristiche che si dovrebbero richiedere a chi si applica a un'attività così professionalmente esposta alle tentazioni provenienti dall'engagement politico e al tempo stesso così parimenti importante sul piano civico.
Unico, perché purtroppo è alquanto raro nel panorama intellettuale italiano di questo secondo dopoguerra trovare personalità di questo tipo.
Non si vuole affermare con questo che Melograni fosse uno storico per così dire “paludato”, illuso di passare indisturbato attraverso le passioni del proprio tempo. Anzi, fin dall'adolescenza coltivò un impegno civile ed anche politico assai intenso, partecipando e mescolandosi attivamente alle vicende del proprio Paese. Come tutti i ragazzi della sua generazione (era della classe 1930) era stato educato, ossia indottrinato e irreggimentato, a pensare fascisticamente.
Era stato «figlio della lupa» così come «balilla». Ebbe il tempo, però, e soprattutto l'intelligenza critica e la tempra morale per maturare presto una scelta antifascista. In una lunga conversazione avuta anni fa con lui, riconobbe la sincerità ed insieme l'ingenuità della sua originaria identificazione con il fascismo. Ricordò come lui bambino (siamo nel 1938) ebbe ad assistere ammirato al rientro a Roma da Monaco di Mussolini, circondato da un tripudio di folla che lo acclamava come il salvatore della pace. Questo per dire che i regimi totalitari hanno armi quasi invincibili per stringere a sé il proprio Paese.
Ancora adolescente partecipò ad “un'azione resistenziale”, un semplice volantinaggio a Roma in piazza Colonna, sufficiente comunque per fargli rischiare la galera. Finita la guerra, non per questo chiuse con la politica. Aderì, anzi, a un partito come il Pci che pretendeva un'identificazione e una dedizione senza riserve.
Ci volle lo shock nel 1956 del rapporto Krusciov al XX congresso del Pcus e della rivolta d'Ungheria per rompere l'incantesimo del partito «intellettuale collettivo» che chiedeva appunto agli intellettuali di negarsi come tali per affidare al partito la funzione loro propria. Da quel momento cessò la sua militanza politica. Non finì, invece, il suo impegno civile e civico che coltivò, d'allora in poi, attraverso lo studio e la ricerca.
Non è un caso che come storico si sia applicato in modo privilegiato al fascismo a al comunismo. È del 1972 una sua pubblicazione che non passò inosservata tra gli storici: Mussolini e gli industriali (Longanesi). Non trascorsero quattro anni e diede alle stampe l'Intervista sull'antifascismo (Laterza), che gli rilasciò il leader comunista Giorgio Amendola, opera cui fece seguire otto anni dopo Fascismo, comunismo e rivoluzione industriale (Laterza). In entrambe le opere, in una attraverso lo studio di un ceto sociale compromessosi pesantemente con il regime, nell'altra sollecitando ad una parziale autocritica un personaggio politico di prima grandezza del Pci, Melograni cercò indirettamente di fare un po' i conti con i due grandi ingombri della storia nazionale e della sua stessa vita personale. Emerge qui in tutta evidenza il carattere di esemplarità e di unicità della sua figura di storico e di intellettuale.
Lungi dall'estraniarsi dal proprio tempo - e dalla temperie del proprio tempo - non per questo si accodò alle mode culturali e ideologiche imperanti. Con lo studio e la ricerca, viceversa, sempre condotti con serietà e intelligenza, oltre che - come s'usa dire, ma come non s'usa troppo fare - sine ira ac studio, aiutò se stesso e i propri lettori a storicizzare le due grandi passioni politiche e i due grandi imbrogli del Novecento che hanno attardato l'approdo degli italiani alle sponde di una salda liberaldemocrazia.
Da parte sua, pensò, trent'anni dopo l'abbandono del Pci, di averlo trovato in Forza Italia, o meglio in un raggruppamento (Convenzione liberale) che aderì poi al partito berlusconiano, divenendone addirittura parlamentare, anche se solo per una legislatura (ieri Silvio Berlusconi ha detto di lui: «Ha contribuito con il suo ingresso in parlamento nelle liste di Forza Italia al tentativo di modernizzare il nostro Paese secondo una limpida e vitale cultura liberale»). Pure in questo caso, lo fece a modo suo, e cioè in modo critico, sia nei confronti del partito che della stessa professione di parlamentare. Fedele ad una morale che prescriveva a lui - e che sarebbe bello prescrivesse a tutti - di non estraniarsi dalla politica ma anche di non accodarsi ai partiti-chiesa.