L'inquietante normalità della vita di tutti i giorni

Se osservata da lontano, anche l'esistenza più banale rivela un lato assurdo, sorprendente e interessante...

Edward Hopper, "Four Lane Road", 1956

In Italia non è che E.L. Doctorow ricorra nelle conversazioni letterarie, e neppure l'editoria ne va pazza, ma di tanto in tanto ritorna. Stavolta con un libro di racconti, Tutto il tempo del mondo (pagg. 260, euro 20), edito da Mondadori e quasi mascherato da romanzo perché i racconti, così si dice, non vendono. Di solito uno aggiunge che però i racconti di Kafka sono migliori dei romanzi di Kafka (nel caso vi capiti è d'obbligo citare Nella colonia penale), un altro gli risponde con i racconti di Poe. I francesisti amano citare i racconti di Maupassant (i non francesisti citino almeno Boule de suif, specie se vi capita di difendere una puttana), gli americanini di minimumfax vivono dei racconti di Carver, per il resto un racconto è un genere minore. Salvo quando si vuole sminuire un grande: «Di Wallace sono meglio i racconti».

È quindi probabile che i racconti di Doctorow finiscano per essere citati come il meglio di Doctorow, pur ingiustamente finito in gran parte fuori catalogo. Tuttavia, nel caso, qualche ragione a favore dei racconti c'è. Forse per il loro essere meno vincolati alla necessità narrativa tipicamente americana di raccontare un'epoca, una storia sociale o familiare, sebbene il talento per la trasfigurazione tragicomica fosse già visibile in opere come Ragtime (poi film di Milos Forman). D'altra parte, come dichiara lo stesso autore, il racconto ha costretto (almeno lui) alla «segregazione tematica dei protagonisti».

Sarà per merito di questa segregazione che Doctorow aggancia un esistenzialismo tragicomico quasi beckettiano. A cominciare dal primo racconto, Wakefield, nel quale un uomo sposato, in seguito a un evento casuale (il treno parte tranne l'ultimo vagone, dove è seduto il protagonista), decide di sparire nascondendosi per mesi nel garage per spiare la propria casa e la propria moglie. È la quotidianità che diventa assurda, inquietante, interessante, se osservata da un punto di vista seppure di poco esterno, quasi una novella pirandelliana (in verità la storia è ripresa pari pari dall'omonimo racconto di Nathaniel Hawthorne).

Il senso è quello che una volta la critica marxista chiamava «straniamento», malattia esistenziale attribuita alla società capitalista, per cui tanto più un autore era bravo quanto più rappresentava lo straniamento, fino al «rumore bianco» di Don DeLillo: l'insostenibile pesantezza dell'essere vaporizzata sugli scaffali di un supermercato. Con lo straniamento ci si campava (ancora meglio con l'alienazione), purché sociale, purché non assoluto, purché Godot fosse la metafora di qualcosa e non del non senso della vita. «Questo estraniamento è forse la parola che lei usa al posto di depressione» si legge invece nel racconto Edgemond Drive. Nel genere quasi un pendant del precedente: qui un uomo resta giorni a fissare la casa dove ha vissuto i suoi momenti felici, adesso abitata da nuovi sconosciuti inquilini. In genere si cerca di non pensarci, per non straniarsi: la vostra casa, il vostro salotto, la vostra camera da letto, le stanze dove vivete, prima o poi saranno abitati da altri.

Magnifico anche il racconto che dà il titolo alla raccolta, Tutto il tempo del mondo, stream of consciousness di un uomo abbandonato da un Programma in un mondo incomprensibile, come un Molloy rinchiuso dentro Matrix. E però non mancano racconti talmente emblematici da risultare d'attualità, almeno da noi, sarà perché l'Italia è un paese molto straniato di suo. Per esempio Walter John Harmon: questo il titolo e così si chiama il capo mistico di una setta chiamata Comunità. Nella Comunità ognuno ha un Imperativo da seguire, deciso dal grande capo, e vige l'obbligo dell'Unanimità. Se non si è d'accordo con l'Unanimità, ossia con il grande capo, si è cacciati dalla Comunità. Ci si riunisce in segreto in un Tabernacolo e si lavora per costruire un muro e separarsi dalla società, che è un grande complotto di nemici. Insomma, manca solo lo streaming, altrimenti sarebbe la storia del Movimento Cinque Stelle. Nel racconto di Doctorow il guru malefico fugge con la moglie del protagonista, da noi Grillo fuggirà con Casaleggio, perché la nostra realtà è la versione trash del grottesco letterario.