Mandel'štam contro il «montanaro del Cremlino»Per l'alto valore dei secoli a venireIl verso giusto

Nell'Urss degli anni '30, in pieno terrore stalinista, una parola di troppo può costare la vita. Un poeta 35enne recita ad amici «fidati» una poesia appena scritta: «Non ci sentiamo il Paese sotto i piedi, \ ovunque ci sia spazio per un mezzo discorso/ salta sempre fuori il montanaro del Cremlino».
Il montanaro del Cremlino, dai «baffetti di scarafaggio», è Stalin. E gli amici sono talmente «fidati» che pochi giorni dopo il poeta, Osip Mandel'štam, è arrestato con l'accusa di attività controrivoluzionaria. È l'inizio di un calvario di interrogatori, minacce, torture, culminato con la condanna al confino per tre anni a Cerdyn. Distrutto, Mandel'štam delira in attesa della sua esecuzione. Tenta di togliersi la vita, mentre i suoi aguzzini lo rassicurano: «Soltanto nei Paesi borghesi si fucila la gente per una poesia...». In suo favore intervengono personalità come Pasternak e perfino Bucharin, che scrive a Stalin: «I poeti hanno sempre ragione, la storia è dalla loro parte». Stalin, che pure non perdona mai niente, capisce che l'eccessiva risonanza del caso può danneggiarlo, e ordina che Mandel'štam non diventi un martire. Gli cambia confino: prima a Voronez, poi a Savelovo e a Kalinin. L'incubo dura tre anni. Ridotto a uno spettro, Mandel'štam accetta l'umiliazione estrema: scrive un'ode riparatrice a Stalin (per comprarsi la vita, si macchieranno dello stesso peccato anche Pasternak e la Achmatova). Ma non basta. Dopo tre anni torna a Mosca, dove è pronta per lui l'ultima trappola: prima una casa di riposo, poi, nel '38, l'arresto per «terrorismo» e la condanna in un gulag siberiano, dove morirà.


Traduzione di Serena Vitale

Per l'alto valore dei secoli a venire,
per la nobile stirpe umana ho rinunciato
anche ad alzare il calice al banchetto dei padri
e alla letizia e al mio stesso onore.
Mi incalza alle spalle il secolo-canelupo,
ma non ho sangue di lupo nelle vene;
ficcami piuttosto come un cappello nella manica
della calda pelliccia delle steppe siberiane,
che io non veda il vigliacco, né il gracile lerciume,
né le ossa insanguinate sulla ruota,
e per me tutta notte brillino volpi azzurre
nella loro bellezza primigenia.


di Nicola Crocetti