MarcoTullio Barboni, un incontro d'Autore

Un intellettuale del nostro Paese che è sceneggiatore di lungo corso, ma che nella sua vita ha vestito i panni anche del regista e che indossa da qualche anno soprattutto quelli di apprezzato scrittore

La famiglia di Marco Tullio Barboni è una famiglia importante di Cinema: Anna Magnani letteralmente adorava suo zio Leonida, noto direttore della fotografia; il padre Enzo, prima operatore alla macchina poi direttore della fotografia ed infine regista con lo pseudonimo di E.B. Clucher, è ricordato soprattutto per i film interpretati da Bud Spencer e Terence Hill e all’indimenticabile filone dei fagioli western, che ha praticamente inventato. Frequentatore di set fin da ragazzino, Barboni è stato da sempre in contatto con volti indimenticabili del nostro Cinema ed ha proseguito la carriera familiare con tenacia ed indubbio talento. Oggi possiamo definire Barboni soprattutto un intellettuale prestato alla Letteratura, che sembra pero’ destinata ad essere la sua destinazione definitiva.

Si descriva in poche righe

“Apprezzo le fortune che il Caso mi ha riservato. Soprattutto quelle che troppo spesso non si valutano come tali: di essere nato in questo continente, in Italia e in una splendida città come Roma. Di essere vissuto in un epoca senza guerre, di essere stato amato da bambino e di aver potuto studiare. Non c’è niente di scontato in tutto questo: basta tener conto della popolazione mondiale e farsi due conti. Basta provare un po’ di empatia per chi è nato nel Sahel o in Afganistan e andarsi a leggere qual è il tasso di mortalità infantile o l’età media da quelle parti. Basta riflettere sul fatto che non stava scritto da nessuna parte che dovesse andare com’è andata. Poi ci sono le fortune, per così dire, più personali: di aver potuto esercitare il mestiere preferito, di aver frequentato ambienti stimolanti e conosciuto persone interessanti; di aver goduto per gran parte della vita di buona salute e di aver potuto efficacemente curare le malattie che mi hanno messo alla prova nell’altra piccola parte; di aver saputo amare chi meritava di essere amato e di aver potuto mandare a...quel paese chi meritava di essere mandato a quel paese senza dover rischiare per questo di non poter più mettere insieme il pranzo con la cena. E non è un paradosso: il contrario capita molto più spesso di quanto si pensi. In ultimo mi associo volentieri a Sant’Agostino e a Oscar Wilde nel condividere l’assunto secondo il quale “la felicità consiste nel desiderare ciò che si ha”: non ho bisogno di una Ferrari per essere felice -anche se una Ferrari non mi farebbe schifo per niente- ma di poter continuare a coltivare e a sviluppare tanti aspetti del mio ambiente, interiore ed esteriore, e della mia capacità di creazione, con la convinzione che il meglio deve ancora venire”.

Cosa ricorda dell'anno appena trascorso?

“Soprattutto i tanti riconoscimenti ottenuti da due miei libri. Al di là dell’ovvia gratificazione che i premi rappresentano, essi hanno sancito, in prima luogo, la vittoria di una scommessa: quella di affidare ad una struttura dialogica l’intero arco narrativo delle vicende raccontate, una scelta ritenuta da molti troppo azzardata e che invece lettori e componenti delle giurie hanno apprezzato”.

A livello culturale e politico, secondo lei, in una scala in ordine crescente di importanza, il nostro Paese di cosa deve essere orgoglioso?

“Sfido il rischio di poter essere tacciato di qualunquismo ma davanti alla difficoltà che incontro ad individuare dieci punti in merito ai quali il nostro Paese possa essere orgoglioso a livello politico...mi avvalgo della facoltà di non rispondere. A conferma che non si tratta di una scelta “contro”, dettata da un’ appartenenza, preciso che, purtroppo, analoga difficoltà avrei incontrato anche negli anni precedenti. Se per orgoglio si intende la gratificazione e la fiducia indotte dal raggiungimento di importanti risultati dei quali abbia beneficiato l’intera collettività...ebbene, io un simile tipo di gratificazione e di fiducia non ho avuto motivo di provarne nei riguardi di un attività politica improntata, nel migliore dei casi, alla gestione dell’ordinaria amministrazione e troppo spesso ad una conflittualità permanente chiaramente motivata dalla speranza di prese di beneficio in occasione delle successive tornate elettorali. Diversamente, molto diversamente, le circostanze per essere orgoglioso di ciò che culturalmente continua ad offrire un Paese come il nostro non smettono di susseguirsi e di lasciarmi ammirato. Dalla valorizzazione di Matera alle scoperte di Pompei che cambiano data all’eruzione del Vesuvio, i motivi di orgoglio non mancano davvero e anche loro sono, e ancora una volta devo dire purtroppo, motivo di biasimo nei riguardi di una classe politica che non riesce a collocare le potenzialità culturali del Paese al livello che meritano”.

Se lei dovesse buttare giù qualcuno dalla torre degli scrittori contemporanei, chi butterebbe e perché?

“C’è sempre un motivo per cui ci si ritrova in cima alla torre e dunque anche quelli che apprezzo di meno, cioè, ad esempio, coloro di cui è smaccatamente evidente lo sforzo di cavalcare l’onda o quelli che fuggono come la peste il rischio di non piacere e continuano a blandire sfacciatamente la propria utenza di riferimento almeno un pregio ce l’hanno: quello di aver saputo intercettare un momento, una tendenza, una necessità e quindi, indirettamente, di rivelarci qualcosa di interessante riguardo una fase di evoluzione, o di involuzione, della nostra società. Insomma, se proprio dovessi buttare giù dalla torre qualcuno...più che loro butterei giù quelli ce li ha fatti arrivare”.