«Martini Eden», sorsi di paradiso per sei scrittori

Gli ignavi lo confondono con l'omonimo vermuth, i semi-colti lo ritengono troppo alcolico, i più audaci tra i profani ogni tanto se ne concedono uno ma ne temono la potenza un po' sinistra, le angoscianti trasparenze metafisiche. Solo pochi mistici se ne innamorano. È il «martini», il cocktail più famoso e il più ricco di appassionati fra i grandi scrittori: Joyce, Hemingway, Capote... Per prepararlo servono due ingredienti essenziali, miscelati in una proporzione più variabile dell'Euripo: gin (tanto) e vermuth secco (poco). Alcuni estremisti si spingono ad affermare che il secondo ingrediente non serva, basta inclinare la bottiglia di gin in direzione della Francia, dove viene prodotto il miglior vermuth; altri garantiscono che è sufficiente che un raggio di sole attraversi la bottiglia di vermuth prima di colpire quella di gin.
Amenità? Forse, e comunque le dispute non finiscono qui: nella miscela, piccolo laghetto alpino a quaranta gradi intrappolato in un bicchiere a forma di V, si può tuffare l'oliva, rigorosamente non snocciolata; oppure spandervi il velo leggermente oleoso prodotto dalla torsione di una buccia di limone; o ancora gettarvi una cipollina sottaceto, ma quest'ultima opzione è roba da eretici e viene vista con fastidio dai puristi. «Lo snatura!» mi ha detto sdegnato al telefono Gianfranco Calligarich qualche giorno fa: gli avevo appena comunicato che a Filippo Tuena la cipollina non dispiaceva. Così, quando ho potuto sfogliare il volumetto di racconti e ricette per fare il martini che l'editore Nutrimenti manda nelle librerie in questi giorni (Martini Eden, pagg. 110, euro 10), sono corso a controllare se il reprobo Tuena, poco prima dei piombi, si fosse pentito. Macché: «Guarnire con due cipolline sottaceto». Apriti cielo.
Martini Eden l'hanno scritto sei scrittori sbandati, nel senso che dispongono tutti di una spiccata tendenza all'individualismo. Filippo Bologna racconta la storia malinconica di un amore finito, Tuena inscena un raffinato dialogo fra coniugi sordi, Calligarich rievoca una passione nata attorno a un malizioso ombrellino di carta sospeso su un bicchiere, Massimo Morasso inventa un carteggio apocrifo, ma di impressionante verosimiglianza, fra una Vivien Leigh sul viale del tramonto e il suo ultimo compagno, mentre Sapo Matteucci segue i passi di un tenente colonnello infiltratosi nelle pieghe di un Hotel excelsior pieno di fascisti, alla fine della Seconda guerra mondiale. Infine Caterina Cutolo, membro dell'AIES - come a dire l'associazione di barman più reazionaria, tradizionalista e misoneista dell'universo - immagina il giovane Bertrand Russell affrontare un paradosso logico di fronte ad un bicchiere di martini.
Alla fine dei racconti ogni scrittore propone la «sua» ricetta, ovviamente l'unica accettabile. Perché avrete capito che il martini è un cocktail che spinge al dogmatismo; ma visto che non c'è niente come il dogmatismo che dimostri l'inevitabilità del relativismo e l'opportunità dell'esperimento, indirettamente Martini Eden ricorda al lettore anche un'altra cosa: la sublime piacevolezza delle chiacchiere.