La maternità è come l'arte Dura, potente, meravigliosa

Apre la maxi esposizione curata da Massimiliano Gioni dedicata alla donna e alla procreazione nel '900: 400 opere e 140 artisti, da Boccioni a Cindy Sherman

Maternità: madre o matrigna? Per l'arte del Novecento certamente la seconda. Dopo secoli di Madonne allattanti, madri giunoniche, donne in tenera attesa del figlio, arriva la sferzata del XX secolo. La maternità come sofferenza, ribellione, rifiuto. Lo raccontano circa 400 opere di 139 artisti e artiste internazionali esposte in 29 sale su una superficie di 2000 mq al piano nobile di Palazzo Reale a Milano: fotografie, disegni, dipinti, sculture, documenti, installazioni, filmati: di Munch, Boccioni, Duchamp, Ernst, Dalì, Fontana, Koons, Cattelan, Accardi, Yoko Ono, Frida Khalo, Cindy Sherman... Una complessa, sconvolgente, rassegna dal titolo La Grande Madre - per il suo tema uno degli eventi più importanti dell'Expo 2015 - ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi (da oggi al 15 novembre, catalogo Skira).

«L'immagine della maternità che emerge dalla mostra» - sostiene Massimiliano Gioni, il curatore, direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi e del New Museum di New York (da dove è intervenuto via Skype in conferenza stampa perché “fresco di parto”: lui e la moglie hanno avuto un figlio sabato. segno del destino) - «non è la sdolcinata dei media e della pubblicità, ma una maternità dura, un “campo di battaglia” come recita un'opera della fotografa americana Barbara Kruger del 1989». E a sottolineare il lato drammatico della maternità, Beatrice Trussardi ha sottolineato che organizzando questa mostra si è resa conto che «l'arte non è solo sogno ma realtà».

Sul corpo della donna, sul suo potere di procreare, sulla sua volontà o meno di essere madre sono avvenuti scontri ideologici e fisici, spesso feroci, vissuti dalle stesse artiste. Emblematico il disegno con l'Angelo strangolatore di Meret Oppenheim, svizzera tedesca, modella di Man Ray, che rappresenta una donna che tiene in braccio un bambino sgozzato. Un'immagine forte, prestata dalla nipote, che Meret aveva fatto come talismano per non rimanere incinta, in un'epoca priva di anticoncezionali. Il tema della mostra è lo scontro tra tradizione ed emancipazione, tra la famiglia del passato e nuovi tipi di aggregazione e relazione tra i sessi.

Alla ribalta è l'iconografia della maternità dallo scoccare del 1900 a oggi, presentata per cronologia e nuclei tematici. Dallo studio dell'archetipo della Grande Madre, immagine primigenia della madre come sovrana forza creatrice che affiora nelle culture di quasi tutti i popoli antichi, sino alle femministe, alle «cattive ragazze» degli anni Novanta, attraverso tutti i movimenti artistici del secolo. Il titolo è ripreso da un libro dello psicologo Erich Neumann dedicato all'archetipo della Grande Madre pubblicato nel 1955, in cui vengono passate in rassegna centinaia di figure di divinità femminili primordiali, dipinte e scolpite. Opere raccolte da Olga Fröbe-Kapteyn, singolare figura di donna, appassionata di filosofia orientale e amica di Carl Gustav Jung, che girava il mondo alla ricerca di immagini per i suoi seminari negli anni Trenta ad Ascona con filosofi e antropologi. Proprio con le immagini di quell'archivio si apre la mostra.

Ma è ancora accettabile questo tipo di madre-matrona potente ed incrollabile, si chiedono intellettuali e artisti all'inizio del Novecento? Ed ecco i primi devastanti colpi demolitori, tra cui fondamentale Sigmund Freud, che esprime una concezione della famiglia totalmente trasformata. Si comincia a parlare di destino biologico della donna, del ruolo di madre non sempre accettato, come affermano le poetesse e scrittici Adrienne Rich e cinquant'anni dopo Simone de Beauvoir che dirà: «Donne non si nasce, lo si diventa».

La breccia nella Grande Madre è aperta e da quel momento tutto sarà possibile, qualsiasi ribellione sino alla negazione della maternità e alla contaminazione dei generi. Un lungo cammino affrontato dalle donne artista d'avanguardia, che rivendicano ogni libertà di espressione e di vita. Non proprio tutte la pensano così, come rivelano le fotografie idilliache di mamma con figlio di Gertrude Käsebier. Ma il dado è tratto e tutti, anche gli artisti maschi, si scatenano.

Dopo le visioni allucinate e oscure di Alfred Kubin e Eward Munch e i Neonati aerodinamici di Brancusi, simili a lucidi proiettili di cannone, arriva il Futurismo con le sue incertezze e contraddizioni. Se da un lato Marinetti inneggia al disprezzo per la donna, al libero amore e ai figli allo Stato, Boccioni indulge in poetiche immagini della madre. Tra loro sgomitano le artiste futuriste (Benedetta, Valentine de Saint-Point, Mina Loy ed altre), scrittrici, polemiste, sessualmente rivoluzionarie, tutte tese all'emancipazione femminile.

A fare a pezzi la figura materna sono i dadaisti con la loro donna-macchina. Negli accoppiamenti automatici dei loro oggetti rivelano il desiderio inconscio di poter generare la vita come le donne. Più erotici e fantasiosi i surrealisti che vogliono donne e madri muse e sacerdotesse, ma sottomesse, mentre artiste come Frida Kahlo si impongono come icone nelle loro nature sofferte. Ma il colpo di grazia alla Grande Madre arriva dalle femministe, che distruggono le figure di padri e mariti, invertendo ruoli atavici. Un esempio? Louise Bourgeois con le sue castrazioni, evirazioni e immagini choccanti. La strada è aperta e la mostra offre decine di esempi di creatività anti-materna e di «riacquistato potere della donna», secondo il pensiero del curatore.