Il Matisse esotico è un arabesco nella pittura del '900

da Roma

La prima foto è di Henri Cartier-Bresson, scattata negli anni della Seconda guerra mondiale, e lo ritrae a fianco d'una tenda araba. La seconda, di Helénè Adam, di pochi anni successiva, lo immortala nello studio di St. Paul de Vence davanti a una stoffa traforata e ricamata concepita come schermo per una finestra, un mihrab, una nicchia dal disegno geometrico. L'una e l'altra rimandano al Matisse cliente del negozio parigino dei coniugi Ibrahim della rue Royale, dove il pittore si procurava oggetti e accessori orientalisti con cui dar vita alle sue scenografie.

«Arabesque», la grande e bella mostra alle Scuderie del Quirinale (sino al 21 giugno, a cura di Ester Coen, catalogo Skira), racconta l'orientalismo auto-referenziale e egocentrico di un maestro della forma e del colore. Nato nel 1869 a Cateau Cambrésis in una famiglia di commercianti di tessuti, nulla all'apparenza separava il giovane Matisse dall'esotismo della generazione tardo-ottocentesca dei suoi compatrioti. Lettore di Baudelaire e Pierre Loti, i resoconti dei suoi viaggi «africani» non si discostano dal cliché dell'epoca. L'aspetto etnografico e culturale non lo interessava, ciò che lo attraeva era la forma, la modernità. Matisse scopre l'Oriente in Germania, quando ormai ha quarant'anni. L'esposizione di Monaco dei Capolavori dell'arte musulmana gli mostra 350 manufatti islamici come «capolavori» a pieno titolo: forme quasi senza tempo, separate dalla loro funzione e dal loro uso originario, una sorta di prefigurazione del cubo bianco che isolava e rendeva monumentali superfici e proporzioni. Su di lui hanno lo stesso effetto che cinque anni prima aveva provocato il suo interesse per l'arte «negra» quando, davanti al negozio parigino Le Père Sauvage, si era imbattuto in piccole sculture di legno africane: «Ne comprai una, per 50 franchi. Mi recai nella casa di Gertrude Stein, in rue Fleurus, le mostrai la statua; arrivò poi Picasso, che ne fu molto interessato. Fu quello l'inizio».

È l'idea di «cosmogonia artistica» quella che colpisce Matisse, «una classicità intesa come armonia dettata da una nuova e compiuta totalità, in uno spazio senza artifici, esclusivamente concentrato dagli elementi stessi della pittura». L'Oriente gli appare una rivelazione estetica: «Ci si libera tanto meglio quando si vedono i propri sforzi confermati da una tradizione. Aiuta a saltare il fosso». La modernità di Matisse sta anche in questo, complicata e/o aiutata da una sorta di agorafobia che gli fa privilegiare gli interni alla natura, l' en plein air , in senso lato. Nel 1930, un viaggio a Tahiti, il paradiso esotico di Gauguin, si risolverà in un disastro: «Un tempo così splendente, così aperto che, ve lo assicuro, mette paura. E come se la vita si pietrificasse in una posa magnifica». La mostra racconta invece le seduzioni del movimento, delle linee e delle curve, il segno che non ha bisogno del dettaglio.