Maxwell, l'allegra sciattona che inventò lo stile cafonal

«C on quel canotto rosa così grosso non avrei paura di entrare in acqua» disse la giovane maharani al principe di Hesse che le sedeva a fianco sulla spiaggia. «Cielo, non è un gommone rosa» esclamò questi agitato. «È Elsa Maxwell!».
Elsa Maxwell aveva allora una settantina d'anni (morì nel 1963, a ottanta appena compiuti) ed era stata enorme fin da ragazza. A 16 anni aveva scoperto che baciare un uomo, anche bello, anche gentile, le ripugnava, e baciare una ragazza anche. Messo da parte il sesso, come fosse un inutile fardello, aveva fatto lo stesso con il denaro: niente gioielli, niente proprietà, solo un conto in banca, ma perennemente in rosso. Da giovane venne definita la più grassa sciattona d'America e d'Europa, e trasformò la critica in un vanto personale: «Chiedete ai vecchi habitués dell'alta società parigina chi fosse la donna meglio vestita nei primi anni Venti e avrete una dozzina di risposte differenti, ma la palma della donna peggio vestita spetta indiscutibilmente a me».
Nata in un paesino dello Iowa, Elsa si attenne fin da ragazza a quanto il padre, assicuratore con velleità giornalistiche e la passione per la musica e il teatro, le aveva detto in punto di morte: «Quando non ci sarò più, per te non sarà facile. Sei brutta e grassoccia e nel tempo peggiorerai. Però puoi trasformare il tuo aspetto in un vantaggio: nessuna donna sarà gelosa di te, nessun uomo sospettoso con te. Ti lascio come eredità quattro regole. 1)Non aver mai paura di quello che dirà la gente. La gente esiste soltanto nella tua paura. Quello che fai è l'unica cosa che conta. Quello che dice la gente non significa nulla. 2)Più possiedi e più sei posseduta. Mantieniti libera dalle cose materiali e godi la vita come viene. 3)Prendi leggermente le cose serie. Prendi seriamente le cose leggere. 4)Ridi sempre di te stessa prima che ne ridano gli altri. C'è qualcosa di ridicolo in ogni persona». Con questo viatico Elsa Maxwell fu tra le due guerre e poi negli anni Cinquanta del Novecento la più instancabile animatrice mondana apparsa sulla scena, deus ex machina degli scandali, organizzatrice e animatrice di pettegolezzi, cattiverie, verità, divertimenti.
Di questa esistenza incredibile, cominciata facendo la pianista ai tempi del cinema muto, Ho sposato il mondo (Elliot, 377 pagine, 17,50 euro) è un compendio allegro e stravagante e insieme l'epitaffio di un mondo scomparso via via che la società, involgarendosi, si incanagliva. «Ho visto da vicino tre generazioni di gente di mondo americana ed europea, e ognuna è peggiore della precedente. Una volta, in America, le notizie mondane fondamentali erano i matrimoni e le feste di beneficenza. Oggi, i trampolini usati dal gran mondo per farsi citare sui giornali sono i divorzi, gli scandali e le risse tra ubriachi. Il completo abbandono di ogni dignità da parte di giovani che hanno goduto dei cosiddetti vantaggi di una buona educazione è disgustoso. Le ragazze che circolano nei bar sono malate di mente e di spirito».
L'imperativo della Maxwell era l'allegria, ovvero, come notò Cecil Beaton con una punta di snobismo, «il far sembrare poco distinte le persone distinte». Dopo ogni sua festa, le fotografie scattate per l'occasione «facevano apparire le sue vittime meravigliosamente sciocche». A Londra diede un party dove un mago orientale, Galli-Galli, tirò fuori dallo sparato della camicia di lord Curzon tre pulcini. Il resto della serata vide gli invitati impegnati a soffiare su un lenzuolo per far volare via una piuma… A una festa campestre, gli ospiti, vestiti da contadini, munsero una vacca artificiale dalle mammelle piene di champagne… Da lei andavano Cary Grant e George Bernard Shaw, Gary Cooper e i duchi di Windsor, Greta Garbo e Charlie Chaplin… Molti sapevano essere ironici e ridere di se stessi. Sir Lionel Phillips, presidente della Central Mining Company di Johannesburg, era solito presentare il proprio ritratto facendo sua una frase di James Whistler: «L'immortale volgarità del soggetto supera quasi quella del pittore»… La duchessa de La Rochefoucauld, che faceva notare alla principessa de Polignac come i loro due nomi si equivalessero, si sentì rispondere: «Non in calce a un assegno, tesoro». Americane entrambe, entrambe ereditiere, la loro aristocrazia era del resto il frutto di matrimoni d'interesse… Altri erano portatori di umorismo involontario. Laura Corrigan, ex telefonista di Cleveland e poi vedova di un magnate dell'acciaio, si sentì chiedere se nella crociera per il Mediterraneo che si apprestava a fare avrebbe visitato i Dardanelli. «Ho qualche lettera di presentazione per loro» fu la risposta, «ma non ho il tempo per andarli a trovare».
Stando alle memorie del maitre del Ritz, Olivier, erano solo tre le persone da lui servite che sapessero ordinare un pranzo come si deve: il principe di Galles, il principe Esterhazy d'Ungheria e Elsa Maxwell. Autodidatta in materia, Elsa aveva cominciato copiando. Nel 1919, fu chiamata a organizzare, proprio al Ritz, una cena per otto in onore di lord Balfour, allora ministro degli Esteri inglese. Andò alla sede parigina del New York Herald e annotò il menu che Boni de Castellane aveva ordinato per un suo pranzo sontuoso prima della guerra e che aveva fatto epoca; imparò a memoria i nomi delle portate e l'anno dei vini e poi andò da Olivier, che già allora imperava in quelle sale. «Questi cominciò a scrivere con aria malinconica la mia ordinazione su un blocchetto, ma dopo aver appuntato le prime due portate mise da parte la matita guardandomi fissa. Quando ebbi elencato a fatica tutta la lista, Olivier si alzò in piedi inchinandosi rigidamente dalla vita in su. “A questo menu, mademoiselle, manca una cosa sola per essere perfetto, la firma del marchese de Castellane” disse seccamente».
Fu Elsa Maxwell a presentare Rita Hayworth al principe Ali Khan e Maria Callas a Aristotele Onassis. Il suo potere di fascinazione sui ricchi nasceva dal ritenerli «le persone più povere che io conosca. Ho portato in quel mondo una nuova capacità di cordialità e di gaiezza che offriva possibilità impensate di evasione dalla loro noia foderata di velluto». Dopo essere stata a chiacchierare con Sigmund Freud, si sentì dire: «Lei è una donna che non soffrirà di nevrosi». Morì vecchia e grassa, per un attacco di cuore.