Mazzoni diventa De Falco Dal cinema al romanzo cambia solo il cognome

È un percorso al contrario quello che ha portato Roberta De Falco a esordire come giallista a un'età non più verdissima nella quale di solito ci si adagia a gustare i traguardi raggiunti. Ci dev'essere una molla, una curiosità nuova, un rovello salutare per cominciare un'avventura inedita col piglio leggero del debuttante ma anche l'esperienza di chi con la scrittura ha sempre avuto a che fare. Ecco dunque il percorso dalla sceneggiatura televisiva e cinematografica alla letteratura di genere in cui gettarsi con entusiasmo scegliendo uno pseudonimo per non giovarsi di un'amicizia prestigiosa e facilitante come sarebbe stata quella con Susanna Tamaro che la De Falco, in realtà Roberta Mazzoni, avrebbe potuto vantare. Dunque, aprirsi la strada e tracciare il solco da soli, inventando personaggi e inaugurando intrecci inediti per costruire finalmente una traccia su cui nessun produttore, regista o funzionario televisivo possa mettere il naso chiedendo correzioni o limature.
Opera d'esordio, prima di una trilogia, Nessuno è innocente (Sperling&Kupfer, pagg. 302, euro 16,90) è il primo complicato caso di Ettore Benussi, commissario triestino a fine carriera che non sopporta quelli che chiudono le telefonate con un compulsivo «ciaociaociao», l'urbanistica invadente degli anni Sessanta, sua figlia Livia e soprattutto la sua pancia ingombrante che ora lo costringe alla dieta Dukan. La sua malmostosità però si esprime al meglio nei confronti di Valerio Gargiulo, detto Napoli, ed Elettra Morin, i puntigliosi collaboratori che non ci stanno a sbrigare l'indagine sulla morte di Ursula Cohen, anziana ebrea trovata morta nelle acque davanti al Molo Audace, che lo tiene lontano dalla sua vera ricreazione: scrivere un giallo con protagonista un commissario alla Montalbano. Purtroppo la realtà quotidiana è assai lontana dal modello della fantasia e il caso della gelida signora Cohen, proprietaria di una villa su cui in troppi hanno messo gli occhi, è un ginepraio di indiziati in cui, appunto, nessuno appare innocente. Non il giardiniere-autista della defunta, non il nipote, non il ricco pescivendolo titolare della nuda proprietà della casa, non la badante brasiliana: tutta gente che, anzi, poteva trarre sollievo dalla morte dell'arcigna signora. Chi non si compiace della sua scomparsa è un'amica di vecchia data, la sola a conoscenza dell'inconfessabile segreto che Ursula custodiva. Così dal fondo degli anni Trenta e Quaranta emerge l'identità di una Trieste misteriosa e imprendibile nella quale convivono il Sentiero Rilke, il Caffè degli Specchi e la Risiera di San Sabba, unico campo di concentramento in territorio italiano. Una città segnata dal passato che la vivacità delle relazioni disegnata dall'autrice rende tremendamente attuale e contemporanea.
Come avviene per la vittima, anche per la figlia e la moglie del commissario e per l'ispettrice Morin o la badante brasiliana, lo scorrere delle pagine porta alla luce segreti e travagli irrisolti di un'umanità dolente ma ancora vogliosa di vita. Anche il commissario non è il poliziotto solitario e infallibile cui la pubblicistica di successo ci ha abituato, ma un professionista che si accoda controvoglia allo zelo dei collaboratori, nonché un padre tutt'altro che esente da difetti. Nella città di confine affiora un crinale storico e generazionale, nel quale l'autrice rimarca le responsabilità degli adulti consegnandoci una storia dentro lo spirito del tempo di questa società così simile, secondo le parole del commissario, a «un formicaio impazzito che abbia perduto l'orientamento».