Meno partiti più ideali La democrazia di Olivetti

«R iconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini, una crisi di partiti». Parole di qualche lucido analista a proposito degli ultimi risultati elettorali? No, parole scritte da Adriano Olivetti nel 1949. Caduto il partito unico fascista, finita la breve esperienza del Comitato di Liberazione nazionale, cominciava l'epoca dei partiti massa, l'Italia era divisa nelle due famiglie democristiana e comunista. Era l'apogeo della partitocrazia, ma Olivetti vide proprio in quell'apogeo «l'inizio della decadenza».
Per invitarci a comprendere la straordinaria attualità dell'imprenditore e pensatore piemontese, le Edizioni di Comunità stanno ripubblicando una serie di saggi: dopo i brevi discorsi Ai lavoratori, è appena uscito Democrazia senza partiti (pagg. 79, euro 6). Olivetti aveva ben presente che l'era atomica inaugurata con la fine del secondo conflitto mondiale aveva qualcosa di apocalittico: «o la civiltà si compie, o la civiltà perisce». La tecnica poteva finalmente liberare l'uomo dalla condanna del lavoro inteso come sfruttamento ed alienazione. Ma tutto dipendeva da come si sarebbe gestito politicamente questo passaggio. Proclamando «il primato dello spirito sulla materia e la conseguente sottomissione dell'economia e della tecnica ai fini e ai criteri politici», Olivetti rifiutava le soluzioni offerte dagli schieramenti di allora: i socialisti non erano in grado di rinnovarsi, i comunisti non riuscivano a spiegare la loro «democrazia progressiva», ovvero come si sarebbe realizzato il passaggio dalla dittatura del proletariato al «regno della libertà», il partito cattolico riduceva il cristianesimo sociale alla mera adesione al «principio di autorità». La stessa «democrazia ordinaria» dei partiti liberali era «troppo debole e incline a essere sopraffatta dalla forza del denaro». Serviva qualcos'altro e probabilmente serve ancora oggi: decentramento amministrativo, autogoverno comunitario, federalismo. E soprattutto una «democrazia integrata» come «nuova idea di sovranità», nel senso che a fianco del suffragio universale dovevano esprimersi anche «valori scientifici, sociali, estetici».
In sintesi, valori spirituali, non confessionali ma intrinsecamente cristiani: lo Stato doveva rivolgere la società verso fini spirituali, aprendosi a un disegno che non gli apparteneva perché appartiene «all'ispirazione degli uomini, cioè alla Provvidenza di Dio».