Un «Meridiano» raccoglie le opere dedicate alla Mitteleuropa

Nel 1963 Einaudi pubblica la tesi di laurea di un giovane germanista, Claudio Magris: Il mito absburgico nella letteratura austriaca; nel 1971 sempre nei Saggi einaudiani esce, sempre di Magris, Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale, nel 1973 Angelo Maria Ripellino pubblica, nei Saggi einaudiani, un libro straordinario, Praga Magica, mentre nel 1986 Garzanti pubblica Danubio ancora di Claudio Magris: in 23 anni cambia radicalmente la percezione della letteratura in Italia. Si passa dalla storia della letteratura, crociana, gramsciana, alla geografia della letteratura. E questa rivoluzione ermeneutica avviene grazie a un triestino e a un siciliano, non a caso, due intellettuali alla periferia del corpo storicista d’Italia. E la scrittura critica diventa cartografia, il trattato si trasforma in atlante. È da allora che per Magris, per Ripellino la nostra sensibilità è diventata un’altra. Ora un immenso Meridiano mondadoriano propone il primo volume delle Opere di Claudio Magris, curato da E. Pellegrini e M. Fancelli, più di 1800 pagine (euro 65). Il volume, che raccoglie i capolavori del viaggio mitteleuropeo magrisiano, dal Mito asburgico a Joseph Roth e Danubio, propone al lettore l’interrogativo su chi sia l’autore: critico o narratore? I saggi introduttivi consentono un’unificazione di questa sua duplice dote di saggista e prosatore. Viene in mente Goethe che ancora a 38 anni alla reggia di Caserta, nel 1787, va a scuola di pittura da Philipp Hackert, che gli assicura che se fosse restato due anni con lui, sarebbe diventato un vero pittore. Fortunatamente non restò. E se ne andò in Sicilia a scoprire la Pianta archetipica.
Magris trovò la sua Urpflanze nel giardino mitteleuropeo. La sua triestinità, come ricorda nella splendida «Cronologia», contenuta nel Meridiano, lo condusse proprio negli anni del distacco dalla sua città a tracciare la geografia letteraria delle sue asburgiche «patrie lettere», disegnando intriganti costruzioni saggistiche che erano per noi una sorprendente novità. Certo, il giovane laureando, nello scrivere il Mito asburgico, si appoggiava sulla lezione di Lukács, ma il fascino del libro è tutto giocato contro quella paternità ideologica: la geografia della poesia la vince sulla sociologia marxista. Come spesso avviene, la passione sottile, sotterranea, in questo caso veramente carsica, aveva trasformato un giudizio storico alquanto severo in dialogante empatia verso quella Vienna, grande e caduta, e verso quei simboli dell’Impero, superflui e struggenti, si sollevavano ancora a indicare una meta lontana e imperdibile, quella di una totalità, smarrita, ma irrinunciabile per l’umana nostalgia di senso. Il Meridiano ci offre riunito questo trittico che è bello e al tempo stesso significativo di un rivolgimento nella critica letteraria e ancor più di una rivoluzione nella sensibilità dei lettori (come dimostra il catalogo Adelphi, orientato sul «meridiano» della Mitteleuropa). Mai come in queste tre opere Magris, grande, convincente, è inventore di una scrittura che è modernissima più di ogni fiction, perché è insieme saggistica, storia, geografia, vita vissuta, poesia e verità: la sua verità poetica, che sa trasformare il saggio in romanzo: la civiltà letteraria della Mitteleuropa s’incarna in vicissitudini di vita, di pensiero, di fede e di spirito con radici nostalgicamente rievocate e con un’ardita apertura utopica per un’Europa che verrà, forse.