«Il mio killer buongustaio è un tipo duro da digerire»

Con una trentina di bestseller all'attivo, Jeffery Deaver si è conquistato sul campo l'appellativo di «master of suspense», maestro della suspense, riuscendo, libro dopo libro, a stupire milioni di lettori. Ci sono due caratteristiche della sua narrativa che ne rendono inconfondibili le storie: i colpi di scena e la scelta dei cattivi. Elementi che hanno fatto la fortuna di romanzi come Il collezionista di ossa, Profondo Blu, Lo scheletro che balla, La finestra rotta, La bambola che dorme. E che sono alla base anche del recente La stanza della morte (Rizzoli). Incontrato pochi giorni fa durante una affollatissima serata a Torre Pellice in chiusura del Festival «Una Torre di Libri», il grande interprete del thriller internazionale ha svelato i segreti del suo mestiere.
Come lavora ai suoi romanzi?
«Non c'è niente di improvvisato nei miei libri. Ogni mia trama è studiata nel dettaglio, così come ogni psicologia dei personaggi. So esattamente dove sto andando con le emozioni dei miei lettori. Sono loro ad affidarmele e io da bravo pilota di linea seguo le rotte giuste del loro immaginario. L'uso dei colpi di scena è fondamentale per costruire un buon thriller. Io credo nelle formule e sono convinto che ci sia qualcosa di scientifico nell'applicazione della suspense. Non che ci sia un numero esatto di pagine dopo le quali vada inserito un colpo di scena, ma so che se negli snodi fondamentali di una storia questo non viene fatto la storia perderà di mordente. D'altra parte amo i doppi e tripli finali che cambiano l'esito delle vicende, e continuerò a inserirli nei miei romanzi. Funzionano e mi divertono».
Lei ha una predilezione speciale per i cattivi.
«Adoro costruire i personaggi negativi. I miei cattivi sono il sale e il pepe delle mie storie. Senza la loro presenza i buoni non potrebbero fare quello che fanno. Passo ore a studiare la psicologia dei miei cattivi, cercando di essere ogni volta il più possibile originale. Devono avere caratteristiche che li avvicinino ai lettori e al contempo riescano a spaventarli. In ogni mio romanzo cerco di inserire sempre più di un cattivo perché so che sono loro il motore della storia».
Ma come si insinuano i villains nella sua vita?
«Alcune volte nascono al buio mentre cerco di concentrarmi sulle trame. Altre invece mi capita semplicemente di incontrarli. Le faccio un esempio. Tempo fa avevo dei problemi con la mia tv via cavo e ho chiesto l'intervento immediato di un antennista. Il tecnico si è fatto attendere per ore e in quel momento mi sono accorto quanto la mia vita dipendesse da lui. Mi è venuto spontaneo cominciare a immaginare come si sarebbe comportato un personaggio del genere se avesse deciso di usare in maniera negativa le sue conoscenze. È nato così il protagonista negativo e imprendibile di Il filo che brucia».
In La stanza della morte i suoi lettori incontrano un singolare killer che ama cucinare.
«Di solito non inserisco mai elementi strettamente personali nei personaggi che racconto. Ma questa volta costruendo Jacob Swann, «il piccolo macellaio», non ho resistito e gli ho regalato una delle mie più grandi passioni. Da anni infatti mi diletto a cucinare. D'altra parte ho pensato che un torturatore e uno chef hanno molto in comune. Sono entrambi specializzati nello spellare, affettare, bollire. Una cucina assomiglia molto a una sala delle torture. In entrambi i luoghi ci sono coltelli affilati, martelli per pestare la carne, pentole per bollire l'olio, fuochi accesi. Certe analogie mettono davvero i brividi. Sul mio sito trovate alcune delle ricette preferite da Swann, comprese quella del cordon bleu che mangiò Maria Antonietta prima di morire o le pesche con la jelling di Chartreuse che vennero servite sul Titanic prima del suo affondamento. Sono stato invitato dal cuoco Carlo Cracco a cucinare alcune delle mie ricette al suo ristorante. Ero quasi tentato di presentarmi da lui proponendo un semplice panino con il burro di arachidi, ma credo che poi tenterò di cucinare qualcosa di più elaborato cercando di non sfigurare».
È vero che per l'anno prossimo è prevista una sorpresa che sarà molto gradita dai suoi lettori?
«Ho finalmente trovato una storia che potesse intrecciarsi con Il collezionista di ossa e ne riproponesse situazioni e personaggi. Sto quindi ultimando la stesura di The Skins Collector (Il collezionista di pelli)».