"Il mio Ulisse feroce sfida i buonisti"

Il romanziere-archeologo Manfredi "rilegge" i poemi omerici: "Che pena quelli che vorrebbero gli eroi greci più umani"

Al Festival «Anteprime» di Pietrasanta, Dante e Omero si sfiorano: Dan Brown ha presentato ieri Inferno, Valerio Massimo Manfredi presenta oggi (18,30, Piazza Duomo) il secondo dei due volumi su Ulisse, Il mio nome è Nessuno. Il ritorno (in libreria da settembre per Mondadori). L'archeologo Manfredi rivaleggia con l'autore del Codice da Vinci anche sul versante cinema targato Hollywood: già deciso il film da Lo scudo di Talos (il suo primo romanzo, 1988), e pare che i produttori abbiano incontrato a Roma James Franco per un ruolo; in predicato due altre sceneggiature americane top secret, oltre a un progetto archeologico internazionale («Ma non abbandono Selinunte», ci dice, ovvero la sua ricostruzione del tempio G, crollato 25 secoli fa).

La produzione di riscritture storiche aumenta. Come mai?

«Oggi c'è un grande pubblico per questo genere. In un'epoca di millenarismi e apocalissi in cui non c'è più riparo per nessuno, fatta di miliardi di persone che hanno distrutto il vincolo con la natura e cercano di recuperarlo in modi ridicoli come il cibo biologico, narriamo di società piccole, di un mondo immerso nella natura e nei mostri, in cui diventi tu l'eroe, il conquistatore, l'esploratore che vive in spazi infiniti e sterminati».

Tra lei e Dan Brown che differenza c'è?

«Ho letto solo Il Codice da Vinci, dove si viola una logica inevitabile e stringente: all'inizio si promette che la storia è basata su documenti autentici, poi quando si va a vedere se è vero, scappa da ridere».

Non sarà tutta invidia?

«Sono felicissimo come sono: mentre parliamo qualcuno compra un mio libro a Singapore o a Santiago del Cile, le mie opere vengono ristampate, a diritti scaduti mi si chiede il rinnovo in tutto il mondo. Trovo che il modo di agire di Dan Brown sia tipico di un'operazione a freddo soprattutto commerciale: rompere le regole del gioco tutte le volte che fa comodo».

E quali sono le regole del gioco?

«Rispettare la tradizione consolidata. Creare una ricostruzione ambientale impeccabile, non solo drammatica, ma anche psicologica: i personaggi devono avere la mentalità di uomini del loro tempo, come se chi scrive là ci fosse stato. Come fa Dante con l'“Inferno”. Non ci devono essere contraddizioni, non sequitur, assurdità e anacronismi che rompono subito il patto col lettore. Alla fine, quello che fa piangere e tremare è il talento».

Oggi quanti romanzi storici violano le regole?

«Tanti. Un romanzo appena uscito in Italia su Achille e Patroclo ha spopolato negli Usa. È una storia soft-porn gay tra i due che viola tutti i codici. Una totale invenzione, visto che in Iliade e Odissea non c'è traccia di rapporti omosessuali. Nel libro, Achille si prova due orecchini, si ammira allo specchio e si mette due gocce di profumo sul polso. Che sia Chanel n.5?».

Al suo Ulisse che cosa succederà in questo secondo volume?

«Ho avuto due grandi difficoltà narrative: Omero nella seconda parte del racconto è sempre presente e inoltre l'elemento fantastico prende il sopravvento. E non potevo rappresentarlo realisticamente: non potevo fare del Ciclope un pastore guercio gigantesco e antropofago. Saranno i lettori a dire se ho trovato la soluzione».

Qual è il segreto dell'immortalità letteraria di Ulisse?

«È un eroe borderline, l'ipostasi del genere umano. Peccato che oggi si voglia persino insegnare a Omero a scrivere l'Odissea».

Cioè?

«Ero a cena con dei colleghi accademici di grande livello. Una a un certo punto esclama: “Ulisse è un bastardo. Ha perso la prima generazione di nobili in guerra e nei viaggi, poi torna e distrugge la seconda generazione con una strage. Avrebbe dovuto dire: Il re è tornato. E basta”. Ma Odisseo era un uomo dell'età del Bronzo, non un signore che ha letto i Vangeli, Marx e Spinoza. E si comporta come un leone in una società senza regole».