«Il mio western? Non è champagne, ma aspro»

Il western siamo noi, adesso, in questo tempo precario, dove non ci sono punti di riferimento, con l'orizzonte troppo vasto che ti mette paura e il futuro è un'immensa prateria sconosciuta. Il problema ancora una volta è la mappa. Non c'è, non esiste e devi inventarla giorno per giorno. Céline Minard, occhi azzurri, 40 anni, cresciuta in Normandia ma da una vita a Parigi, confessa in un caffè ristorante di Roma, che la sua passione è la cartogrtafia. È quello che cercano i suoi personaggi, seguendo l'avventura, che li porta a esplorare quello che c'è oltre il limite, un'aldilà fatto di terra e sassi, di carne e umanità. È quello che accade nell'apocalittico Derniere monde, e poi nella chanson de geste di Bastard Battle o nella barocca Olimpia e ancora nel fantasy erotico di So long, Luise.

Ma è con Per poco non ci lascio le penne (66thand2nd, pagg. 246, euro 18) che lo spazio diventa tutto, un piano inclinato dove rotolano i destini e ognuno fa i conti con la morte, restando in bilico sulla vita. «Jeffrey camminava a grandi passi e pensava agli uomini, a ciò che li separa, a ciò che li unisce, ai fucili e alle diverse forme che può prendere la curiosità insopprimibile degli uni per gli altri». Questo romanzo lo ha scritto quasi da eremita sulle Alpi. È da lì che ha immaginato la frontiera.

Cosa è l'estremo occidente?

«Non è solo la frontiera. È una terra nuova, inesplorata, dove gli individui stanno definendo la propria identità e devono condividere terre e risorse, le opportunità, i beni e qualche volta perfino gli amori. È la fine di un mondo e l'inizio di un altro. Pensate anche alle città del medioevo, con i mercanti, i servi della gleba che fuggono dalla terra e cercano in queste isole di società aperta una scommessa di libertà. Pensate alla fine del Novecento, a questi tempi, dove sono saltate tutte le certezze e la fatica è immaginarsi una vita».

Dicono che il suo sia un western champagne.

«Champagne?».

Si, la versione francese del western. Come il western spaghetti italiano.

«Non mi piace come definizione. E poi preferisco il bianco, fermo, aspro. Senza bollicine».

Se pensa a un western classico cosa le viene in mente?

« L'albero degli impiccati, il romanzo (poi film) di Dorothy Johnson. A Pat Garrett & Billy the kid di Sam Peckinpah o Le tre sepolture di Melquiades Estrada diretto e interpretato da Tommy Lee Jones».

Fumetti western?

«Jonathan Cartland. È realistico. C'è la natura. E uno sfondo crepuscolare e gotico, per i fantasmi che il protagonista si porta dietro».

I suoi eroi hanno una colonna sonora?

«Forse le canzoni di Roscoe Holcomb. Io amo molto quella che viene definita Appalachian music. È il suono del banjo, del violino americano, della chitarra, con l'influenza della musica nera».

Mai visto un western spaghetti?

«Naturalmente tutto Sergio Leone. E poi avrò visto non so quante volte Lo chiamavano Trinità. Con quello grosso che spaccava le teste con i pugni. Come si chiama?».

Bud Spencer, i suppose.