MODESTIA E TALENTO Disse: «Non sono stata un Einstein. Ma nel mio campo ho fatto il mio...»

Con la morte di Kenneth Minogue - spentosi venerdì a Londra - la cultura occidentale perde un analista di straordinaria lucidità e un critico spietato di questi tempi difficili. Conservatore «alla anglosassone», quindi schierato a difesa del libero mercato (fu anche presidente della Mont Pèlerin Society), Minogue è stato un filosofo attento alle trasformazioni sociali e del '900 e un appassionato difensore delle buone ragioni della tradizione europea.
Nato nel 1930 in Nuova Zelanda, dal 1955 insegnerà per decenni nel Regno Unito, alla London School of Economics. All'interno del mondo inglese s'impone presto (The Liberal Mind è del 1963) quale interprete di quella scuola di pensiero che aveva avuto in Michael Oakeschott una delle voci più illustri. Nelle pagine di Minogue è sempre forte la consapevolezza che le difficoltà contemporanee possono essere meglio comprese se ci si sofferma sui paradigmi teorici che ne sono alla radice. In The Liberal Mind (pubblicato in italiano da Liberilibri con il titolo La mente liberal) l'autore evidenzia come il progressismo si regga sull'ingenua fiducia che sia possibile tutto disfare per tutto rifare. Alle radici dello statalismo novecentesco, insomma, c'è una tradizione razionalista che ha generato pure quell'utilitarismo che pretende di amministrare gli uomini basandosi su un'aritmetica della felicità.
La sua critica alla cultura «liberal» non risparmia lo stesso liberalismo classico (da Locke a Smith), schiacciato su quella linea di pensiero che in vario modo avrebbe preparato il nostro tempo. In seguito, però, egli in parte modifica il proprio giudizio, diventando pure un interprete intellettuale della rivoluzione thatcheriana e accostandosi sempre più alle tesi di uno dei più spietati critici del costruttivismo politico: Friedrich A. von Hayek. Al termine di tale tragitto si colloca quel suo libro del 2010 (La mente servile) che, nel corso degli ultimi anni, Minogue presentò a Milano due volte: in una conferenza sui limiti delle «politiche idealiste» e, qualche mese dopo, in occasione della traduzione in italiano grazie a IBL Libri. Qui l'autore riprende il filo delle proprie precedenti analisi sulle patologie del «secolo breve», ma rafforza la sua critica agli aspetti più illiberali dello Stato democratico e sviluppa una riflessione controcorrente sulle perversioni di quel «politicamente corretto» sempre più intimidatorio nei riguardi di ogni pensiero non allineato.