Moehringer, la nobile arte di raccontare la boxe

Una straordinaria inchiesta (vera) su un (falso) pugile La storia perfetta, dove è protagonista la scrittura

La sua stessa storia, per quanto vera, è in qualche modo da romanzo: iniziò come fattorino al New York Times , poi girò l'America scrivendo per il Los Angeles Times , sinché arrivò al premio Pulitzer, nel 2000. Anni fa, sull'onda del successo di The Tender Bar , in Italia Il bar delle grandi speranze , libro a metà fra il mémoire e il romanzo di formazione, fu chiamato a contribuire «in modo sostanziale» (usiamo pure questa formula) alla stesura dell'autobiografia-bestseller del tennista Andre Agassi, Open : un'altra storia vera e perfetta per un romanzo.

E infatti J.R. Moehringer, nato a New York, 51 anni, considerato il miglior autore nel suo genere di non fiction novel , ha sempre preferito romanzare storie vere. Nel 2012 uscì Sutton , che narra la storia di Willie Sutton, detto «l'Attore», un rapinatore di banche contrario alla violenza, il «Gandhi dei gangster», rimasto sulla scena del crimine negli Stati Uniti fra il 1925 e il 1950. Da noi il libro, col titolo Pieno giorno , apparve l'anno dopo per Piemme, non a caso nella collana «True».

Oggi il campione J.R. Moehringer è tornato, e in Italia arriva per la prima volta un suo vecchio libro, del 1997, Il Campione è tornato (Piemme, pagg. 80, euro 14; trad. Annalisa Carena), storia verissima di un'inchiesta giornalistica su un falso pugile. La trama è breve e semplice: un giorno del 1996 una cronista di nera del Los Angeles Times passa a J.R. Moehringer una segnalazione su un ex pugile famoso che dorme sulle panchine di un parco a Santa Ana, nella contea di Orange, nell'area metropolitana che comprende Los Angeles e Long Beach. Da quel momento Moehringer, formidabile cacciatore di uomini e di storie, si mette alla ricerca dell'uomo: trova un vecchio barbone che dice di chiamarsi Bob Satterfield (il quale, in cambio di 5 dollari alla volta, è pronto a raccontare il proprio passato), scopre che è stato un grandissimo peso massimo degli anni Quaranta e Cinquanta, anzi uno dei puncher più forti di tutti i tempi, capace di spaccare il naso in allenamento a Rocky Marciano, imbattibile come picchiatore ma dalla mascella fragilissima («Avrebbe potuto e dovuto essere un campione, e lo sarebbe diventato se non fosse stato per un piccolo problema: non sapeva incassare») e viene a sapere che tentò di combattere per il titolo Mondiale, ma poi le cose iniziarono a mettersi male. Tranne che, capisce presto Moehringer, il vecchio “Campione” è sì un ex pugile. Però non il pugile che dice di essere. Ma ovviamente la cosa non è per nulla importante.

Ovviamente, così come Open parla di tutto tranne che di tennis, o perlomeno il tennis è un eccellente pretesto per parlare di tutt'altro (vita, passioni, sacrificio, gloria, sconfitte, rapporto padre-figlio, eccetera eccetera), allo stesso modo Il Campione è tornato parla di tutto tranne che di boxe, o quasi: parla della vita, delle passioni, del sacrificio, della gloria, della sconfitta, del rapporto padre-figlio (tra i due pugili coi loro figli e soprattutto tra l'autore del libro e suo padre) eccetera eccetera. E a guardare bene, non sono neppure queste le cose importanti, cioè le storie di cui parla il libro, per quanto interessanti. La cosa più importante è come Moehringer racconta la storia. In 12 brevi capitoli, più un epilogo, come altrettanti round di un incontro in crescendo, l'autore danza qua e là tra redazioni di giornale, dormitori, ospedali, palestre e archivi di polizia per ricostruire la vita e la carriera di Bob Satterfield, incontrando i suoi famigliari, le persone che lo hanno conosciuto, gli ex avversari (Jack LaMotta confessa: «Mi ha fatto tre bernoccoli in testa prima che lo stendessi. A parte Bob Satterfield, le uniche persone che mi abbiano mai fatto male sono state le mie ex mogli»), spulcia vecchi ritagli di giornale, va a rivedersi le videocassette dei suoi match (l'ho fatto anch'io, e questo è uno dei video migliori per capire che pugile fosse Bob Satterfield: https://www.youtube.com/watch?v=qKUlBPErrn0). E mentre ci tiene a bada con queste mosse, ogni tanto Moehringer lascia partire un diretto micidiale, frasi tipo: «A volte colpire un uomo è la risposta più soddisfacente all'essere un uomo», o «Ogni uomo è un mistero, perché l'essere uomo è di per sé misterioso. La maturità è sapere quando risolvere il mistero di un altro uomo e quando rispettarlo», oppure: «La boxe è uno sport che seduce anche gli scrittori, trascinandoli a fondo con la sua poderosa corrente di testosterone. Molti incontrano un'orribile morte letteraria, annegando nella loro stessa iperbole. Solo alcuni - Hemingway, Jimmy Canon, A.J. Liebling - arrivano sani e salvi all'altra sponda. Immersi in tutto quel sangue galleggiano ancora meglio».

Fino all'uppercut finale, che manda alle stelle il libro e al tappeto il lettore. Ma è solo un colpo di scena letterario. E non è la cosa più importante del libro.