Monumenti e dittature del ricordo

Le dittature del '900 si impadronirono della semantica monumentale, gestendo la retorica del ricordo di pietra. Memorie di pietra, volume che Raffaello Cortina manderà in libreria nei prossimi giorni (pagg. 280, euro 23, a cura di Gian Piero Piretto), fa la storia degli ammonimenti lapidei dei vari autocrati.
Il sito dell'ex lager nazista di Buchenwald, si è caricato di significati simbolici universali. Il regime della Ddr, nei tardi anni '50, creò accanto al campo un percorso del ricordo che culmina nel memoriale di Buchenwald, gruppo scultoreo di Fritz Cremer, rappresentazione da manuale dei principî del socialismo reale. Vi si illustrano undici figure di sopravvissuti del campo di sterminio, differenziati tra Kämpfer (combattenti) e Opfer (vittime). Sono due gradi di maturazione della coscienza antifascista: le vittime sono ridotte a massa indistinta di vinti della storia, mentre i combattenti, «fedeli al partito», sono pervenuti a un livello di piena ed eroica consapevolezza della loro missione, quella di edificare il socialismo. L'autoreferenziale e artificioso impianto retorico del monumento ha indotto le autorità dell'ormai riunificata Germania a correre ai ripari, con un nuovo approccio alla monumentalità del ricordo. Là dove sorgeva il lager è stata collocata una placca di metallo riscaldato alla temperatura costante di 37º, quella del corpo umano.
Emblematica anche la vicenda del carro armato sovietico che rimase esposto dal '45 al '91 in una piazza di Praga per celebrare la liberazione della città da parte dell'Armata Rossa. Tale ricordo dei «liberatori» dal giogo nazista, tuttavia, assunse significati opposti dopo l'arrivo dei tank russi nell'agosto del '68. Geniale fu perciò la beffa dell'artista concettuale David Cerný il quale, in una notte di aprile del '91, dipinse di rosa il carro armato, suscitando una canea di polemiche. Francesco Vietti, in un altro contributo pone a confronto la gestione della propaganda monumentale da parte di due modelli di comunismo «isolazionista»: uno, cessato, è quello dell'Albania di Enver Hoxha, l'altro, ancora attuale, è il dispotismo asiatico della dinastia coreana dei Kim. Se l'ortodossia schipetara elevava a emblema della propria auto-segregazione la costruzione di 700mila bunker, il regime di Pyongyang ha celebrato il culto della personalità dei dittatori, facendo svettare torri e mostruose statue simili a quelle che abbiamo visto crollare nei decenni passati.