Motociclette, bombe e Italia. Ecco la ricetta perfetta per un bestseller (inutile)

Rachel Kushner nel suo lunghissimo "I lanciafiamme" crea un prodotto impeccabile e piacevole. Ma senz'anima

Che cosa fa di un romanzo noioso un romanzo di successo? Me lo chiedo estenuato dopo aver letto l'ultima delle oltre 500 pagine di I lanciafiamme di Rachel Kushner (Ponte alle Grazie, 18,60 euro). La lunghezza è una prima, parziale risposta. Da un po' di anni vanno di moda i volumoni, come se la crisi economica avesse per contrappeso le dimensioni: spendo per uno, ma mi porto a casa un numero di pagine moltiplicato per tre. L'esotismo nel segno dell'unicità, può essere la seconda: nel caso in questione, l'Italia, una certa Italia, descritta per un lettore americano: il terrorismo e i mocassini di Gucci, il lago di Como e le moto di lusso. Una terza è il glamour: protagonisti artisti, belli e perversi, tormentati e infelici, da unire magari a paesaggi, metropolitani e no, esemplari: ville esclusive, distese naturali di sale, foreste amazzoniche, vicoli sordidi... La quarta è uno stile, del tipo ieratico-assertivo: «Quando sei giovane puoi perfino credere che stare con qualcuno sia un evento. È un evento quando sei giovane. Ma non è sufficiente. Ero ancora giovane e volevo qualcos'altro, volevo che la mia vita si manifestasse nella mia interezza». Oppure, filosofico pret-à porter: «Pensa a tutti gli schiavi anonimi della storia, disse. Questa è stata immortale. E si è fatta strada attraverso un inimmaginabile abisso di tempo. Ora parliamo di lei, disse; e questo rappresenta un esempio reale, unico, di emancipazione».

I lanciafiamme è questo insieme di cose, più qualcos'altro, perché un romanzo noioso non è necessariamente un brutto romanzo. L'autrice è una che ha studiato, si è documentata, non si accontenta del sentito dire e quindi è credibile. Sa anche che la costruzione di un racconto di tipo storico richiede un montaggio, un gioco di incastri, e qui si va dalla Grande guerra agli anni Settanta, si tocca il fascismo e il terrorismo brigatista, con in più l'impianto americano, le avanguardie culturali newyorkesi, la provincia profonda, insomma un insieme che ha bisogno di essere scandito e poi fatto confluire in un unicum. Sotto questo aspetto, Rahcel Kushner non sempre tiene insieme il tutto, però ci prova con impegno.
Che cos'è allora che annoia, annoia un lettore come me, naturalmente, con tutti i pregi e i difetti che lo rappresentano, preferenze e idiosincrasie? Facciamo un passo indietro, e vediamo che cosa racconta il libro. C'è una ragazza, Reno, che viene dal Nevada e si ritrova a Manhattan. È una fanatica di motociclette e vorrebbe trasformare la passione della velocità in un progetto artistico. Incontra Sandro, il maturo rampollo italiano di una fabbrica di moto e di pneumatici, la Valera, intreccia con lui una relazione sentimental-intellettuale. Un viaggio in Italia la mette a contatto con una realtà diversa, scioperi, cortei, sequestri, e le svela l'altra faccia dei Valera: padronale, politicamente nostalgica, classista, crudele, il cui passato affonda nella violenza e nello sfruttamento. Il fratello maggiore di Sandro verrà rapito e «giustiziato» dalle Brigate Rosse, Reno si ritroverà in qualche modo coinvolta nelle azioni di quest'ultime.

Il dato di fondo di I lanciafiamme, è la vuotezza. Ci sono artisti concettuali che fotografano strisce di pneumatici sulla strada e ne fanno un film, altri che espongono scatole di metallo, altri che lavorano da camerieri e lo fanno come se fosse un progetto artistico, «la vita da trattare come un'arte». A tutto questo la Kushner crede, dà un valore, non dubita mai di stare mettendo in scena un gigantesco nulla: si appassiona alle performances, alle discussioni astratte quanto pretenziose, a un'umanità che vive di rappresentazioni proprio perché non possiede un'identità. Celebra l'artificiale, ma lo scambia per l'essenziale. Trasportata sul piano di un'educazione sentimentale, la vicenda lascia perplessi. Eroine sessualmente disinibite, vivono il tradimento come un oltraggio e finiscono nella clandestinità, uomini che vorrebbero saper amare, ma non ci riescono, tornano a dirigere una fabbrica, i rapporti restano sempre e comunque incompiuti: «Devo trovare un punto arbitrario nel tempo dell'attesa, l'assenza indefinita, e andarmene da lì. Andarsene, senza risposta. Passare a un'altra domanda».

Aleggia insomma su tutto il romanzo, un senso di inutilità, ma non voluto né sentito come tale, ed è questo il dramma. Invece di considerare i suoi due protagonisti due poveracci, l'autrice li prende per persone speciali. Li vede come sognatori, mentre sono tutt'al più dei sonnambuli, vacui e insieme presuntuosi. Su di essi, la cornice storica, per quanto puntuale, resta separata: se ne coglie il senso, nel caso dei Valera un passato futurista e bellico alla base di una dinastia motociclistica, ma risulta come appiccicato. Probabilmente, I lanciafiamme avrà successo anche in Italia. Lusinga un certo provincialismo nostrano (dopotutto oltreoceano parlano di noi, mocassini, moto e terrorismo) ci racconta l'East Village, SoHo, le warehouse arredate con biciclette vintage e tutto quello che è ritenuto cool, il sogno di ogni disoccupato intellettuale, ci rassicura sul fatto che ognuno di noi può essere un artista...
Già, tutto il resto è noia, ma Franco Califano proprio per non annoiare ci aveva fatto su una canzone di due minuti. Cinquecento pagine per celebrarla sono eccessive.