Nadine Gordimer: "Io, bianca e nera"

Intervista alla scrittrice sudafricana premio Nobel nel 1991. Che parla dell'apartheid e di Tolstoj, dei suoi perslonaggi e di come potrebbe essere l'aldilà. a Pordenone il festival culturale "Dedica" è incentrato sulla sua figura di intellettuale che lotta per la libertà

Milano - Dedica la sua vita alla letteratura da oltre settant’anni, Nadine Gordimer. Dal 1937 del Sudafrica d’anteguerra in cui - quattordicenne - faceva i primi esperimenti di scrittura. Agli anni Sessanta delle più aspre lotte antiapartheid in cui, scrittrice affermata, scendeva in campo con l’African National Congress di Nelson Mandela. Agli anni Novanta in cui teneva a battesimo la neonata democrazia incoronata già da un Premio Nobel. E oltre ancora...

«Dedica» a lei quindici giorni di festival la città di Pordenone. Due settimane per leggerla, approfondirla, incontrarla, conoscerla. È il minimo per prendere le misure di una simile gigantessa. Minuta e delicata nella persona quanto alata e grandiosa negli slanci. Sottile (e tagliente) nell’invenzione. Acuta (puntuta) nell’ironia. Eccola, Nadine Gordimer è proprio così, come ci aspettavamo: severa, appassionata, implacabile, irresistibile. Ma non serve aspettarla, adesso è qui, fino al 19 di aprile. Per dare lumi tra l’altro, o lampi sullo spettacolo del nuovo Sudafrica. Dove ultimamente è venuto fuori che Beethoven era per un sedicesimo nero. Così annuncia lo speaker alla radio con una battuta ripresa nel titolo del primo racconto e poi di tutta la raccolta ora uscita da Feltrinelli nella traduzione di Grazia Gatti (pagg. 180, euro 16).

Beethoven era nero, davvero?
«Qualcuno lo dice. Nel seguito del racconto non ho appurato la diceria. Ma è utile a illustrare l’attuale cambiamento nel senso dell’identità in Sudafrica. In un Paese da sempre attraversato da differenze razziali, sociali e politiche la gente comincia a rovesciare i criteri di valutazione. Ai tempi della discriminazione istituzionalizzata era una colpa, una macchia avere parentele di colore. Ora cambia tutto. Pur di mostrarsi liberi da pregiudizi, si va sbandierando la più lontana discendenza da parenti neri. È buffo. Ma sia chiaro: non prendo in giro nessuno. Mi sarebbe piaciuto che il fenomeno si fosse manifestato tempo fa. Mi piacerebbe vantare io stessa un sedicesimo di sangue nero. Ma non ho la fortuna di Beethoven. Non si sa mai però. Dovrei farmi un test del Dna...».

Nelle sue vene però scorre sangue ebreo, tali erano suo padre e sua madre. Nella sua vena d’artista c’è tutta l’eredità della narrativa europea: Joyce, Camus, Tolstoj. O Kafka: evocato fin in questi racconti. La sua esistenza e militanza si radicano in Sudafrica. Come si intrecciano tante radici nella sua identità?
«Io sono africana, non sono europea. Sono bianca e sono nata in Africa». (Punto fermo e lunga pausa di silenzio. Non c’è altro da aggiungere. A meno che...)
«Aggiungo, per capire. Se sei bianco e sei nato in Sudafrica non ti basta essere nativo per definire la tua identità. Ci vuole di più. Ci vuole la tua partecipazione attiva al movimento e allo slancio che hanno trasformato il Paese. Essere un bianco sudafricano significa impegnarsi per il Sudafrica. Potrai dirti figlio di questo Paese solo se lo avrai meritato».

«Frederick Morris (ovviamente non è il suo nome: presto capirete che sto parlando di me)», dice presentando un suo personaggio. È sincera? Parla di sé attraverso i suoi personaggi?
«Mai. Mento, fingo. Sempre. Ne ho fatto un punto fermo della mia narrativa. Letteratura non è autobiografia. Non è di me che scrivo. Anche se scrivo in prima persona. Ho dato voce a personaggi che non mi somigliano per niente. Diversi da me per sesso, età, razza, specie (nel racconto Una lunga solitudine è addirittura una tenia a prendere la parola, ndr). L’unico caso in cui ho voluto mettere un puntino, tradurre in finzione una minuscola parte di me è il racconto Sognando i morti. Vi evoco in sogno gli amici che mi hanno lasciata, Edward Said e Susan Sontag, e immagino di incontrarli in un ristorante cinese di New York. Quella sognatrice potrei essere io».

E a un certo punto quella sognatrice si rivolge a un «tu». Con un pensiero di delicatezza indicibile, come svelasse un segreto ineffabile: «Io aspettavo te». Indelicato chiederle chi è?
«Vogliamo parlare di cose delicate? Va bene. È mio marito, Reinhold Cassirer. È lui che avrei voluto incontrare, che avrei sognato di aspettare se fossi stata quella sognatrice. Ma è solo un sogno. Né io né lui abbiamo mai creduto in Dio. Non credo che avrò l’occasione di incontrarlo al di là della veglia o della vita».

L’aldilà. Ne dà due visioni spregiudicate, in queste storie. Le appare in sogno come un convivio degli amici. E poi in volo, dal finestrino di un aereo, come «il niente, il vuoto che dalla terra chiamiamo cielo». Sarà così il Paradiso? Un niente, il tavolo di un ristorante?
«Non sappiamo. Non possiamo credere. I poeti ci aiutano a immaginare. Yeats in particolare, mio amatissimo insieme a Rilke, accenna a un misterioso faccia a faccia con cui ci troveremo uno di fronte all’altro al di là del tempo e della vita. “What do we know/ but that we face/ one another in this place...”. È una bella scena. Da tirarci fuori un racconto».

In vita però, nei romanzi, ha evocato personaggi storici e viventi. Anthony Sampson, direttore britannico della leggendaria rivista Drum, appare sotto falso nome in Un mondo di stranieri, del ’58. E Abraham Fischer, l’avvocato comunista arrestato e condannato all’ergastolo dal regime di Pretoria nel ’62 con Mandela, è il padre di La figlia di Bruger del ’79...
«Ma chi vuole che li riconosca? Forse il lettore li ignora. O non si ricorda di loro. E comunque non sono loro: non gli stessi. È impossibile, credo, e sbagliato appropriarsi della vita di un altro per raccontare una storia. Tanti lo fanno, non io. Per quanto bene tu conosca una persona, per quanto a lungo tu abbia vissuto al suo fianco, ti sfuggirà sempre il lato di lui che lo distingue dal tuo personaggio. La finzione non è una realtà».

Ma la finzione può raccontare la realtà. Una storia insegna più che un libro di storia...
«Se è così che la mettiamo, sì. Un racconto, un romanzo va più in là, più in fondo di un manuale o un reportage. Se vuoi conoscere i fatti della campagna napoleonica di Russia puoi studiare tutti i libri di storia che credi. Ma per imparare qualcosa sulla verità della guerra e dei destini umani che ne sono coinvolti, devi leggere Guerra e pace di Tolstoj».

Però lei per anni ha letto anche Gramsci. Nel luglio 1981 (il romanzo Luglio scritto nell’81) cita una sua frase: «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Potrebbe ripeterla adesso, riguardo al lungo, quindicinale interregno del Sudafrica post-apartheid?
«È un’idea interessante. La situazione non è più tanto drammatica. Ma sì, quelle parole valgono ancora per il mio Paese. E forse anche per il vostro...».

Il nostro non è un Paese multirazziale, se mai multiculturale. Qual è la differenza?
«Un Paese multirazziale ha in più tutte le differenze di cultura, religione, classi, tradizioni che la globalizzazione tende a inglobare».

E se le differenze sessuali incrociano la discriminazione razziale, che succede?
«Quel che è successo a una ragazza nera in minigonna violentata alla fermata dell’autobus da un gruppo di taxisti di colore. All’arroganza maschile, al pregiudizio di classe, allo sconcerto nel vedere una donna in atteggiamento rispettabile e in vesti (a parer loro) indecorose, si assomma la percezione della femmina nella cultura tradizionale. S’è visto il risultato. Ultimamente però un corteo di donne bianche e nere unite per la stessa causa ha manifestato in minigonna cortissima».

Un atto di coraggio. Lei è sempre stata una donna coraggiosa. Nemmeno l’aggressione nella sua villa di Johannesburg l’anno scorso le ha messo paura. Eppure «la vita è pericolosa», scrive, «la lotta continua a esistere». E il pendolo vita/paura/vita/paura ritma e conclude uno dei suoi romanzi più belli, Il mondo tardoborghese. La sua arma di difesa è la scrittura?
«Scrivo, ma non per paura. E poi, io non ho trascorso 27 anni nella prigione di Robben Island... La scrittura è per me altrimenti un’arma. Serve a pungolare e tener viva quella curiosità sul mistero della vita e della morte che è in realtà un desiderio più profondo, che si dovrà sondare scavando molto a fondo...».