Narrativa

L ev Tolstoj sembra il personaggio più riuscito del più micidiale tra i romanzi di Fëdor Dostoevskij. Mettiamola così: il conte Lev è la fusione di tutti e tre i fratelli Karamazov, con l’aggiunta del padre, di Smerdjakov, e mettiamoci pure lo Stavrogin dei Demoni e - per sublime contrasto - il Principe Myskin, ovvero L’idiota. Non credo sia un caso che Tolstoj, negli ultimi giorni della sua esistenza terrena, trovasse piacere nella lettura, sempre rimandata, dei Fratelli Karamazov: è lo spartito della sua vita. Poi, è chiaro, si difendeva: «Ho letto Dostoevskij e mi ha colpito la sua sciattezza, artificiosità, falsità». Incorreggibile manigoldo: Dostoevskij, pur con mille riserve morali, nel Diario di uno scrittore aveva scritto che nessun romanzo europeo poteva eguagliare la perfezione di Anna Karenina. Dostoevskij è un uomo tutto d’un pezzo, evidente. Proprio in una lettera a Tolstoj così ce lo descrive Strachov: «Io non posso considerare Dostoevskij né buono né felice. Era cattivo, invidioso, vizioso. Per tutta la vita fu preda di passioni che lo avrebbero reso ridicolo e spregevole, se non fosse stato nello stesso tempo così intelligente e così perfido». Ma Tolstoj chi è? Elogia la famiglia e ne diagnostica la fine, condanna gli infedeli e ha stuoli di figli bastardi, spende congrue cifre al gioco ma si converte in benefattore dell’umanità, non crede nella cultura ed edifica cumuli di scuole per contadini (poi rivelatesi inutili), impugna l’epica idea della non violenza (poi amplificata col megafono e il vestito di lino dal tolstojano Gandhi) e nelle sue tenute si comporta come un tiranno, traduce i Vangeli (togliendo ciò che non gli piaceva, ad esempio i miracoli) ma viene scomunicato dalla Chiesa ortodossa (scomunica che è valida tutt’ora), scrive i romanzi più grandi di ogni tempo e li sconfessa, dice che non valgono nulla.
Dostoevskij scrive romanzi per capire i demoni che logorano l’uomo, Tolstoj scrive per scoprire chi è, ed è molto più che uno, nessuno e centomila, esistono tanti Tolstoj quante sono le frasi che ha scritto, nel suo corpo hanno vissuto e dilagato milioni di mondi e di galassie, tutte le tragedie di Shakespeare e tutti i tragici greci, tutta la letteratura già scritta e quella da scrivere. Nei torbidi racconti sepolti nel cassetto, pubblicati postumi, ad esempio Le memorie di un pazzo e Dopo un ballo (quelli in cui, a sentire Lev Sestov, il più grande esegeta di Dostoevskij e Tolstoj, è svelato il cuore nero e vero del conte Lev), è anticipato Kafka, Beckett, la letteratura che bordeggia il nulla, il sedimentato dolore, il silenzio. «Tolstoj non ha rivali, nemmeno in Stendhal, Proust o Joyce, nell’egotismo artistico», scrive Lubomir Radoyce nella magnifica Nota su Lev Tolstoj che chiude l’edizione Longanesi delle Lettere, ma che purtroppo non troverete in giro, dacché è fuori dal giro dal 1978, forse per festeggiare i cento anni dalla morte dello Zar del Romanzo sarebbe buono e giusto rimetterla in circolo. Invece, un applauso va a Rizzoli, che nel primo volume dei Romanzi fa cozzare l’aulico con il virile, cioè mette insieme l’ultimo romanzo di Tolstoj, Resurrezione, con i primi tre, Infanzia, Giovinezza e Adolescenza (pp.XXII+810, euro 14).
Su Resurrezione, troppo celebre perché vi aggioghi fumose parole, faccio parlare, tacitando Adriano Sofri (autore di una Prefazione piena di fuorviante senso civile - ma perché gli editori sentono il dovere di «marchiare» il classico che parla da sé con le parole che non dicono nulla del «solito noto»?), Igor Sibaldi (che ha compilato il necessario Album Tolstoj per i Meridiani Mondadori): «una Divina commedia russa - con le gerarchie dell’amministrazione giudiziaria a far le veci dei gironi danteschi. È un’opera feroce, non risparmia nessuno, dai giudici e generali e ministri fino ai più umili ingranaggi dello Stato: tutti sono complici di un inutile, rabbioso inferno sconfinato che non ha consolazione né soluzione». Editorialmente rilevante, invece, la traduzione dei romanzi giovanili (fuori catalogo da un po’), in cui Tolstoj comincia la catabasi nella sua sconfinata anima achea (su di essi, criticamente, vale quanto scrive Dostoevskij, che parlando di Anna Karenina sottolinea, senza malizia, «mi sembrava sempre come se lo avessi già letto in qualche posto, e precisamente in Infanzia e Adolescenza»). Sono gli anni tra il 1852 e il 1857, quelli dell’«ardore selvaggio» e della «testardaggine da bufalo» (così Ivan Turgenev descrivendo Tolstoj a un amico), dell’«autentica, giovane e potente natura russa, luminosa, attraente» (così il critico Druzinin recensendo i primi volumi di Lev). Anni febbrili, passati in divisa sul fronte del Caucaso, che Tolstoj impiega, tra un colpo di sciabola e di moschetto, per diventare una star della letteratura (lavorando, tra l’altro, violentemente, ai Racconti di Sebastopoli, che faranno sussultare di sgomento lo Zar, e al selvaggio, bucolico I cosacchi). Immediatamente, con Infanzia, il risultato è raggiunto. Il critico Cernysevskij scrive che «ciò che importa a Tolstoj è il processo psichico di per sé, le sue forme, le sue leggi, la dialettica dell'anima». Per questo, Tolstoj è al di là di ogni giudizio, ogni cosa che scrive è grande, essendo un grande mentitore, anche la lista della spesa è un capolavoro. Ci convince, è persuasivo, vuole convertirci ben sapendo di indurci alla perversione, irretendo la nostra anima da semplici diavoli. Dostoevskij, scrivendo, mirava alle inquietudini grandiose di San Paolo; Tolstoj scruta Omero, e ancor più indietro, a qualcosa di primigenio. Così, l’unico rivale sulla piazza rimane Dio: Tolstoj a un certo punto della sua vita finge di credere in Lui, ma sul letto di morte capisce di non averlo mai trovato (né, forse, di averlo mai voluto trovare: semmai avrà desiderato ucciderlo). Colpo di scena puramente dostoevskijano.