Narrativa «I segnalati» di Tedoldi

Il romanzo I segnalati (Fazi, pagg. 380, euro 17,50) è un bel mistero. Arrivati alla fine ci si chiede un po' confusi che cosa si è appena finito di leggere. Abbiamo appena finito di leggere una versione di alto profilo del genere fantasy o un testo di letteratura tardoromantica fuori stagione (come lo era già nel 1947 il Doktor Faustus di Thomas Mann)? Forse, a ben vedere, si tratta di un romanzo molto più contemporaneo di quello che sembra. Un romanzo onnivoro, di quelli predicati da Antonio Moresco e Giuseppe Genna, che mescola l'horror, la psicanalisi, la saggezza farmacologica dei depressi e la melomania estrema con la magia bianca, quella nera e ancora con l'occulto, la musica dell'Antica Grecia, il karma induista e l'eterna domanda sulla fine.
Giordano Tedoldi, quarantaduenne romano, aveva esordito con una raccolta di racconti contundenti intitolata Io odio John Updike (ancora Fazi). Prendendo a pugni in faccia le buone maniere del politicamente corretto con una scrittura tanto dotta quanto diretta e urticante, aveva scandalizzato qualcuno e ammaliato molti altri. Il suo ritorno, con un romanzo misterioso e onirico, sorprende per l'assenza o quasi di quella provocatorietà un po' pretestuosa cui erano affezionati i fan della prima ora. L'esordio era una specie di «uno contro tutti», una dinamica che Tedoldi era abituato a innescare anche nelle sue rare apparizioni pubbliche, in questo libro, invece, si legge in filigrana una necessità di mettere le carte in tavola: «queste sono le mie ossessioni, queste altre sono le mie intuizioni, queste sono le mie allucinazioni, queste altre sono le mie nozioni». La musica la fa da padrona assoluta: tutto il libro è attraversato da una colonna sonora che, a essere esperti, forse indica anche una chiave di lettura, ma purtroppo non tutti hanno la familiarità che sarebbe necessaria con compositori come Mahler, Skriabin o Schönberg o con direttori d'orchestra e incisioni e versioni discografiche dei capolavori della musica classica. Il protagonista, un romano dei quartieri alti senza nome, ha ventiquattro anni, è orfano di padre e vive lontano dalla madre (una madre di cui si parla pochissimo e solo per accennare che utilizza una sorella-sosia sordomuta come proprio doppio per evitare di presenziare a matrimoni e funerali, compreso quello del marito).
Fin dall'inizio troviamo al suo fianco la coetanea Fulvia, con la quale ha instaurato un rapporto esclusivo. Le prime battute del libro ci restituiscono la scrittura sovreccitata di Tedoldi, le sue sparate a effetto, da subito siamo immersi in un clima poco rassicurante, anzi leggermente spaventoso e poi tutto prende un senso nettamente più orrorifico quando si verifica un incidente che porta alla morte di un bambino di dieci anni. Fulvia è la causa molto indiretta dell'incidente, ma non riesce a non sentirsi colpevole al cento per cento di quanto successo. La mossa di andare a conoscere i genitori del bambino morto si rivelerà utile solo a esasperare nella ragazza il senso di colpa e nei genitori del bambino il folle desiderio di un risarcimento totale. Nella storia cominciano a comparire personaggi come in un sogno, anche gli avvenimenti si svolgono secondo schemi onirici, e quindi ecco entrare in scena un suonatore di aulos greco, un losco manovale del sesso a pagamento, un falso gesuita, una studiosa di medievistica, un anziano compositore nazista di Monteporzio Catone e il suo nipotino decenne fenomeno del flauto.
Come in una tragedia, pochi dei protagonisti saranno ancora vivi arrivati all'ultima pagina e come in una tragedia la trama si snoda in modo tale da non poter prefigurare altra conclusione che la morte dei protagonisti. Dopo la morte, però, c'è la rinascita, la reincarnazione, ognuno se la vede col proprio karma, ma non è di certo un sollievo: significa che non c'è vera fine all'angoscia che la vita porta con sé, sia essa una vita da essere umano o da lombrico; non c'è mai fine e non c'è modo di alleviare la sofferenza che ne consegue.