Nazionalpopolare, l'eterno incompreso

Gli intellettuali snobbano sempre chi rappresenta la pancia dell'Italia. Per poi rivalutarlo fuori tempo massimo

Il primo fu Antonio Gramsci, che, nei Quaderni dal carcere, lamentava la mancanza, in Italia, di una cultura «nazionale-popolare» in grado di unire popolo e intellettuali. Poi, nella seconda metà degli anni Settanta, è la volta della destra radicale, che si definisce «nazionalpopolare» forse perché «nazionalsocialista» è proibito e «nazionalrivoluzionario» suona un po' velleitario. Infine, negli anni Ottanta, arriva Pippo Baudo, ed è tutta un'altra storia: una storia ricchissima, totalmente italiana e non ancora conclusa, raccontata efficacemente dall'ultimo numero del periodico Link (pagg. 144, ero 10) dedicato, appunto, a «Quel che resta del nazionalpopolare».

Si tratta di un «Olimpo di massa, dove il disfacimento è solo apparente», come dimostrano gli autori, da Fabio Guarnaccia, che firma l'introduzione, a tutti gli altri collaboratori, che si occupano di fumetto (Matteo Stefanelli), di cinema (Gabriele Niola), di musica (Pop Topoi), e soprattutto di televisione (Massimo Scaglioni).

Quella di «nazionalpopolare», proprio come riteneva Gramsci, risulta, alla fine, davvero l'unica categoria in grado di definire («fare» sarebbe eccessivo) gli italiani; purtroppo per lo stimato marxista nostrano, però, il mezzo utilizzato non è la letteratura, e neppure il cinema, come speravano i suoi epigoni radical-chic, bensì - horribile dictu - la televisione.

Soltanto la televisione, infatti, riesce a soddisfare il bisogno dello spettatore di riconoscersi e soprattutto di identificarsi con qualcosa di più grande delle singole individualità. L'idea di nazionalpopolare è qualcosa di meno della nazionalità e qualcosa di più dell'appartenenza: l'impasto di irriducibile regionalismo, moderato conservatorismo e disincantata ironia che ci rende inequivocabilmente italiani è stato coniugato e definito più dal piccolo schermo che da tutti gli altri media. I tre più grandi personaggi dello spettacolo contemporaneo, Beppe Grillo, Fiorello e Checco Zalone, sono, nella loro innegabile diversità, dei fenomeni nati e cresciuti da mamma tv, anche se, poi, l'hanno ripudiata. E non è un caso nemmeno il fatto che anche gli snob abbiano il loro podio nel salotto buono televisivo, quello di Fabio Fazio, dove il certificato di «vera cultura» garantisce l'immunità degli spettatori dal pericolo di contagio della volgarità dominante nelle altre trasmissioni.

Senza scomodare l'abusato esempio di Totò, schifato in vita per essere celebrato postumo come esempio di straordinaria intelligenza comica, gli «intellettuali» nostrani continuano, imperterriti, a guardare con sospetto, se non con malcelato disgusto, i personaggi televisivi di successo. Il caso più eclatante è rappresentato dalla coppia Francesco Mandelli/Fabrizio Biggio, che con i loro “Soliti Idioti” hanno riscosso un trionfo tanto strepitoso quanto inaspettato, e, quindi, guardato dall'intellighenzia nostrana con un orrore addirittura superiore a quello riservato a Checco Zalone.

Ma, non si è accorto nessuno che, al netto della loro volgarità, i “Soliti Idioti” sono una spietata satira della gerontocrazia al potere in Italia? Tra i tanti personaggi inventati dalla coppia di comici, quelli più riusciti sono la coppia Ruggero e Gianluca de Ceglie, dove i ruoli tradizionali di padre e figlio sono ribaltati: il papà, ricchissimo e volgarissimo ex-sessantottino, non fa che maltrattare e ingiuriare il figlio, educatissimo e gentilissimo ragazzo per bene. Ruggero è tanto violento, perfido e ripugnante quanto il giovane è onesto, generoso e pacifico, e le loro storie, che si concludono sempre male per il giovane, sono diventate oggetto di culto tra gli adolescenti, nonostante la feroce campagna scatenata delle vestali nostrane che le hanno addirittura paragonate ai cinepanettoni, con cui, invece, non hanno nulla a che spartire.

Non sarà, invece, che la storia - anzi, la «narrazione» - di un Paese per vecchi, dove i giovani, pur preparati e volenterosi, vengono derisi e umiliati, potrebbe configurare il reato di lesa maestà?

Commenti

alfa553

Mer, 21/05/2014 - 10:08

Chi scrive l'articolo e un poco fuori di testa,intenta scrivere colto,esponendo un pensiero,ma in realtà scrive nu cuofene e porcherie, direbbe Toto. Ma quale televisione,ma quali comici,ma quale spettatore,ma quali programmi. Chi scrive o ha l'alzaimer, o ha 25 anni o giu di li, e non mi preoccupa documentarmi ,tanto le sciocchezze le ha scritte lo stesso.Ma lasciate che gli articoli vengano scritti da giornalisti seri, perché il giornalista vero, espone quello che E' e non quello che crede di sapere.

Valeforn

Ven, 23/05/2014 - 09:25

Beh.. in quanto a scrivere quello che si crede di sapere sono bravi anche i commentatori, pare.