Nella terra sconosciuta dei "serenissini" leoni

In "Hic sunt leones" i ritratti di 25 tipi veneti tracciati da chi li conosce bene Gente normale che, nella santità oppure nel crimine, ha lottato e si è imposta

Esce oggi Hic sunt leones, nuovo libro di Stefano Lorenzetto, che ha per sottotitolo Venticinque storie di veneti notevoli (pagg. 332, euro 18). Per gentile concessione di Marsilio Editori, pubblichiamo l'inizio dell'introduzione.

«Ancora? Non starai esagerando con questi veneti?», ha eccepito mia moglie. Si scrive soltanto di ciò che si sa, ho replicato io. Mi considero un nullologo, cioè, secondo la definizione offertami da Paolo Occhipinti, per 26 anni direttore di Oggi, uno che non sa quasi niente di quasi tutto, al contrario del tuttologo che sa quasi tutto di quasi niente. Quel poco che so del Veneto coincide con tutto ciò che so della vita.

Il primo veneto notevole entrato nella mia vita era un prete. Si chiamava don Walter Pertegato. Dirigeva Verona Fedele, settimanale diocesano che usciva il venerdì, con grande consolazione dei derelitti della città scaligera, i quali nel pomeriggio di quel giorno si mettevano in fila davanti alla redazione per ricevere una copia omaggio e, assai più gradita, una moneta da 50 lire.

Era nato nel 1930 a Grisignano di Zocco, in provincia di Vicenza. Un giornalista buono, prima che un buon giornalista. (...) Indossava sempre la talare, perfettamente inamidata, e occhiali di bachelite nera che 35 anni dopo Tom Ford deve aver preso a modello per Colin Firth in A single man, così pesanti da lasciargli un solco nel naso quando, alla maniera dei miopi, li toglieva per giudicare se un dattiloscritto fosse degno di pubblicazione. (...) Don Pertegato è stato per me ciò che don Andrea Spada, per mezzo secolo alla guida del quotidiano L'Eco di Bergamo, fu per Vittorio Feltri, un altro dei miei maestri veneti, essendo nato di qua dell'Adda. Prima di trasformarsi in settimanale, anche Verona Fedele usciva tutti i giorni. La testata, nata nel 1878, riprendeva, traducendolo, l'appellativo “Verona fidelis” che i magistrati della Repubblica Veneta avevano attribuito alla città nel 1757 per la sua inconcussa fedeltà alla Serenissima. Era sorta dalle ceneri del Riposo Domenicale (va' a spiegarlo ai centri commerciali), fondato nel 1872 per rintuzzare «le calunnie svergognate, le menzogne sfacciate, le bestemmie esecrande contro la Chiesa, il Papa, il sacerdozio, la religione, Iddio» – notare l'ordine gerarchico – propalate dal neonato quotidiano risorgimental-massonico L'Arena.

In una piccola città di provincia, posta alla periferia di una grande regione cattolica, Verona Fedele era l'unico organo di stampa che potesse aprire le porte a un sedicenne. Aveva tenuto a battesimo molti giornalisti destinati a far carriera, chi rimanendo e chi emigrando: da Giuseppe Brugnoli, prima direttore del Giornale di Vicenza e poi dell'Arena, ad Aldo Bagnalasta, corrispondente dell'Ansa da Washington. (...)

Ci pubblicai il mio primo articolo 40 anni fa, nel maggio del 1973. Lo siglarono “Ste. Lo.”, ma sarebbe andato benissimo anche il contrario, “Lo. Ste.”, dato che risentiva dell'andatura incerta tipica degli alcolisti. Allora (per fortuna) le regole dell'apprendistato erano queste. Il compianto Giulio Nascimbeni, forse il capo della cultura rimasto in sella più a lungo al Corriere della Sera, ormai anziano rievocava una volta sì e una no, nelle nostre lunghe telefonate domenicali, la mortificante attesa prima di veder comparire per esteso la sua firma alla fine di un elzeviro sul quotidiano di via Solferino: un anno. Solo che nel frattempo lui ne aveva già compiuti 38.

Un mese dopo l'uscita di quella prima cronachetta bussai alla porta di don Pertegato. Non mi lasciò nemmeno tornare a casa. Presi servizio come abusivo. Fin da subito mi accorsi che dai quattro angoli della provincia convergeva negli uffici di redazione, di persona o per corrispondenza, una fauna pittoresca e sanamente monomaniacale. C'era il cavalier Lorenzo Zera, reduce di Russia abitante a Isola della Scala, che ogni settimana, roteando le pupille, non meno che le “r” a causa del rotacismo da cui era afflitto, avrebbe preteso di lasciare in consegna al direttore svariate copie di riviste pornografiche, affinché si rendesse conto del livello di abiezione raggiunto dall'editoria del settore. S'era infatti accorto che i cancellieri della Procura della Repubblica, anziché allegarle agli atti delle denunce che andava a sporgere settimanalmente, le imboscavano nei cassetti delle loro scrivanie. (...)

C'era Basilio F. che dalla Valpolicella ci spediva tutti i giorni lettere sgrammaticate scritte su fogli di quaderno – le più irresistibili le ho conservate – per segnalare le malefatte della “Maria alta” (la cui identità e statura rimasero sempre avvolte nel mistero), colpevole di mettergli di nascosto le “bombe” nel caffè. Il primo di questi ordigni chimici gli era stato somministrato – scriveva – a 27 anni in un bar «su a Marano, e adesso ne ho 60, dunque sono più di trent'anni che vengo drogato». Aveva registrato sui calendari «593 di queste bombe», all'apparenza antenate del Viagra. Trattavasi, a suo dire, «di farmaco che provochi assuefazione e ne lo stesso tempo fa raggiungere lorgasmo, con la tizia e la caia, si sa che questo avviene, solo che il sogeto appare nel sogno e la mia lista di queste donne si allunga sempre di più». L'effetto finale sembrava compatibile con una polluzione notturna accompagnata da un angoscioso senso di colpa. (...)

C'era fratel Giuseppe Perin, insegnante nella Casa Buoni Fanciulli, geologo, mineralogista e intrepido esploratore, che (...) aveva scritto Il minilibriccino della riconoscenza, ricco di eteree descrizioni anatomiche. Come la seguente, relativa all'apparato genitale femminile: «V'è una porticina, il cui nome dialettale ha reminiscenze con la foglia scelta da Adamo ed Eva per nascondere la propria nudità, e adottata, per tradizione, dagli artisti onde velare nudità di statue e pitture. Per sommo, istintivo rispetto, è un nome che mai ho osato pronunciare e che ho sempre cancellato dai muri con esso deturpati. Quale porticina più preziosa di quella? Per essa esce ogni giorno il liquido biondo che ha purificato tutto l'organismo». (...)

Del primo giorno in redazione ricordo due persone, oggi entrambe defunte: Mao Tse-tung e Dario Ticinelli. Il profilo del dittatore cinese compariva sul portachiavi di un collaboratore part-time che alle 13 si offrì gentilmente di darmi un passaggio fino a casa sulla sua Mini Minor, dopo aver scoperto che abitavamo dalle stesse parti. Pensavo che il giornalista ostentasse quel gadget per una forma di snobismo. Mentre metteva in moto, gli chiesi se l'avesse vinto a qualche lotteria. «No, no, sono un seguace di Mao», rettificò serio. E tra un semaforo e l'altro mi appioppò una lectio brevis sulla Lunga marcia, il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale. Il tempo di arrivare a Porta Vescovo (e dove, sennò?) e già mi chiedevo se fossi capitato a Verona Fedele o a Servire il Popolo.

Di Ticinelli, l'unico redattore ordinario iscritto all'albo dei giornalisti professionisti, oltre a un tratto del temperamento che avevamo in comune, l'ipocondria, mi risultò subito simpatico il perfezionismo maniacale. Già nella prima trasferta in tipografia, dove allora si lavorava col piombo, mi insegnò che era obbligatorio chiudere a pacchetto l'ultima riga delle didascalie uscite monche dalla linotype. Occorreva pertanto aggiungervi qualche parola, badando a contare le battute. (...) La lezione cadde su un terreno già dissodato. Col tempo, anzi, la pignoleria avrebbe assunto in me connotati patologici, sino a farmi giungere alla conclusione che il giornalismo o è perfezione o non è.