Ma nelle riserve vivono soprattutto i veri liberali

In Italia le idee minoritarie ed emarginate sono sempre state quelle antistataliste 

L eggendo Gli ultimi Mohicani. Quel che resta della politica (Bietti)di Stenio Solinas, si ha la riconferma che nel nostro paese c'è una cultura di destra. Sarà minoritaria ma c'è ed è una cultura libera e spregiudicata, di ricci e non di volpi. Commentando il verso di Archiloco «la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande», Isaiah Berlin, rilevava il «grande divario tra coloro, da una parte, che riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente o articolato», i ricci appunto, «e coloro che perseguono molti fini, spesso disgiunti e contraddittori, non unificati da un principio morale o estetico», le volpi. Ebbene quei pochi filosofi della destra che ci ritroviamo(ancora) nel nostro paese, in quanto ricci, abitano un pianeta assai lontano da quello liberale, abitato da volpi, e, per questo, vedono il mondo attraverso le lenti di un'ideologia che, in sostanza, riporta la crisi che stiamo attraversando, in Italia come in Occidente, ad una sola causa: il tramonto della Tradizione. Va detto, però, che saggisti come Solinas, come Veneziani, mostrano una libertà intellettuale impensabile nei loro omologhi di sinistra. Quale articolista di Repubblica potrebbe scrivere che: «Il berlusconismo, il prodismo e infine il montismo hanno raccontato in fondo la stessa cosa: l'aziendalizzazione della politica, l'idea di sostituire qualcosa d'impalpabile eppure reale - sentimenti, tradizioni, aspettative, memorie- con una logica imprenditorial-manageriale»? O stigmatizzare, come fa Solinas, il caravanserraglio e i costumi privati dei salotti buoni della borghesia italiana con parole che forse neppure Antonio Gibelli, l'autore di Berlusconi passato alla storia (Donzelli 2010) avrebbe usato: «un elevato numero di concubine, di avvocati e di cognati, il trionfo di Lombroso che si rispecchia nelle facce e negli atteggiamenti di deputati, senatori, consiglieri regionali, amministratori pubblici e privati». Solinas, inoltre, non risparmia colpi alla vecchia destra «legge e ordine» e non si nasconde affatto il vuoto culturale e la fiacchezza etica di quanti coltivavano un nostalgismo fine a se stesso, incapace di fare davvero i conti con la storia.

Naturalmente il bersaglio del libro è, soprattutto, la sinistra, finalmente entrata nel palazzo, che si è messa ai posti di comando ma lungi dal realizzare quanto era nei suoi sogni, si è adeguata alla deprecata società consumistica, apportando al suo edonismo una tonalità libertaria. Già negli anni '80, l'Italia aveva «un suo languore orientale, una capacità di sfasciarsi senza però crollare di colpo… Era un Paese che aveva creato il connubio più straordinario, quello di un popolo con tutti i miti cari a una società dei consumi e capitalista nei fatti e con una dittatura culturale orientata verso il sistema opposto».

«Per fare politica - scrive Solinas - ci vuole una visione e un'idea di grandezza», siamo d'accordo così come lo siamo nell'individuazione delle metastasi del nostro sistema politico, «il combinato disposto fra un sistema politico inefficiente (bicameralismo errato, numero dei parlamentari eccessivo, esecutivo debole, sistema elettorale iniquo e/o pasticciato, comunque ibrido, eccetera), una burocrazia statale lenta e incomprensibile, la proliferazione dei poteri locali, la farraginosità dell'ordinamento giudiziario e di quello scolastico». Ci si chiede, però se questi mali antichi derivino dal liberalismo o dalla sua cronica debolezza che si traduce in un investimento eccessivo sulla politica tale da corrompere sia la politica sia la società civile.

È il senso profondo delle «divisioni» che caratterizza l'etica politica dei moderni e, tra le divisioni, un posto eminente ce l'ha quella tra economia e politica. «Non si fa nulla di grande in questo mondo se non si fonda sul sacrificio». «L'arte dello Stato e l'arte del negozio non possono partire dai principii medesimi. Perciò è desiderabile che chi si sente disposto a perdere, attenda agli affari pubblici, e chi desidera solo guadagnare attenda al commercio. Il cumulo de' due uffici è meglio evitarlo. Così le forze della nazione non si disperdono, non si elidono; così si edifica sul sicuro e per un lungo e prospero avvenire». A pronunciare queste parole, nell'800,non era un antenato della Nuova Destra ma un grandissimo(e dimenticato) liberale, Massimo d'Azeglio.