NESSUNA SELEZIONE Purtroppo è introvabile anche la critica. Mentre ci sono tante «mafiette»

Nel tempo in cui si considera opera d'arte lo smontaggio di una chiesa calabrese da rimontarsi a New York, diabolico progetto di Francesco Vezzoli grazie a Dio sventato dai carabinieri, questo gran libro di Alain de Botton e John Armstrong, L'arte come terapia (Guanda), è una ventata di bellezza e ragionevolezza. Basta con l'arte per l'arte, l'arte per gli addetti ai lavori, l'arte incomprensibile e sgradevole che serve solo a chi di asta in asta ci specula sopra. Secondo i due autori l'arte, che comprende giustamente architettura e fotografia, dev'essere «uno strumento terapeutico in grado di fornire guida, incoraggiamento e conforto a chi ne fruisce». Ci vuole coraggio a fare un'affermazione del genere, dopo almeno un paio di secoli durante i quali al comune mortale è stato concesso solo di applaudire il divo creativo: «Siamo convinti che dovrebbero essere gli artisti a decidere quali opere produrre. A condizionarci è una deferenza di stampo romantico verso la purezza dell'arte, considerata una qualità misteriosa con cui i profani non possono interferire».
E invece qui si teorizza e si aizza proprio l'interferenza dei profani, committenti e fruitori. Una pratica comunissima per secoli, anzi per millenni, e che non sembra aver danneggiato l'esprimersi di un Michelangelo o di un Velazquez. Ammirando la Cappella Sistina o Las Meninas si percepiscono ancora le richieste che vennero poste ad artisti riconosciuti come grandissimi, e che tali erano proprio per la loro capacità di soddisfarle. Per i Papi del Rinascimento e per i Borboni del Siglo de Oro l'arte non era un capriccio onanistico ma uno strumento per affermare i propri valori. De Botton e Armstrong non rimpiangono il potere temporale né la monarchia assoluta e fanno una proposta per il futuro: «La sfida è riscrivere gli scopi delle committenze in modo che l'arte inizi a rispondere ai nostri bisogni psicologici con la stessa efficacia con cui per secoli ha risposto a quelli della teologia o delle ideologie di stato». Grande sfida davvero. Che molti artisti non hanno nessuna intenzione di raccogliere, temo, perché gelosi della propria autonomia. Di cui però, spesso, non sanno cosa farne. Conosco bravi pittori che sprecano il proprio talento asservendolo al proprio ombelico.
In fondo li capisco, oggi in Italia manca tutto, oltre alla committenza è introvabile pure la critica, ovvio che gli artisti si siano disabituati al confronto intellettuale e trascinino le loro incerte carriere fra mafiette e maldicenze, prefazioni insignificanti (i cataloghi), prosecchi cattivi (le inaugurazioni), e quotazioni campate in aria. È un po' come giocare a tennis senza rete: sembra più facile ma che senso ha? Senza committenti preparati ed esigenti, interi filoni figurativi si sono inabissati e penso innanzitutto all'arte sacra. A parte la felice eccezione di don Luigi Maria Epicoco, giovane prete che all'Aquila, chiesa di San Giuseppe Artigiano, ha chiamato il giovane virtuoso Giovanni Gasparro per dipingere 18 spettacolari pale d'altare, per il resto siamo sempre alle chiese-cementifici volute dalla Cei e alle tele nichiliste che monsignor Ravasi ha la pretesa di poter trasformare in cattoliche con la sua mondana benedizione.
De Botton e Armstrong elencano gli scopi dell'arte e il primo è quello di aiutarci a trovare un equilibrio interiore rappresentando l'amore, l'orgoglio, la speranza. Ovvio che nelle pagine di un libro così umanistico non ci sia spazio per orinatoi rovesciati, merde d'artista e pupazzi impiccati, il famigerato repertorio di duchampismi che sembrano fatti apposta per svilirci e avvilirci. Purtroppo non c'è spazio nemmeno per l'arte italiana contemporanea: scorrendo l'indice delle illustrazioni trovo Jasper Johns, David Hockney e altri anglofoni viventi, mentre sembra che da secoli in Italia non si sappia produrre nulla che sappia suscitare sentimenti positivi. E allora, siccome ho preso De Botton e Armstrong molto sul serio e condivido la loro idea dell'orgoglio come valore, anche nazionale, vorrei orgogliosamente ricordare che ognuna delle funzioni dell'arte elencate nel libro può essere svolta da un artista italiano di oggi. Serbare il ricordo delle cose che amiamo? Ecco i ritratti di Enrico Robusti e i paesaggi di Ester Grossi. Riaffermare la bellezza e il fascino della quotidianità? Ecco le erbe spontanee di Silvia Molinari e le periferie trasfigurate di Giorgio Ortona. Concentrarsi su aspetti della comunità che possano diventare fonti di fierezza? Ecco i teatri di Tommaso Ottieri e i neomonumenti di Mauro Reggio. E potrei andare avanti a lungo perché gli artisti ci sono, eccome se ci sono: adesso ci vuole la committenza.