"Non c'è vera letteratura senza lo scandalo del male"

Tante piccole sedie rosse, il nuovo romanzo dell'autrice irlandese, Edna O'Brien: "In un villaggio arriva uno straniero. E incarna il lato oscuro della Storia"

Philip Roth ha detto di Edna O’Brien che è «la più grande scrittrice vivente di lingua inglese ». E di Tante piccole sedie rosse, il nuovo romanzo della autrice irlandese, pubblicato in Italia da Einaudi, che è «il suo capolavoro». Edna O’Brien nasce a Tuamgraney, un piccolo villaggio della Contea di Clare, in Irlanda, nel 1930. Studia dalle suore, sposa uno scrittore contro il volere dei genitori, si trasferisce a Londra, inizia a scrivere. Nel 1960 Ragazze di campagna, il suo romanzo d’esordio (scritto in tre mesi) è un successo mondiale. A Tuamgraney viene bruciato dal parroco, il suo Paese (che oggi la acclama) la censura per anni. O’Brien nel frattempo ha due figli, divorzia, vive nel bel mondo londinese, frequenta Marianne Faithfull, Richard Burton, Sean Connery, Jane Fonda, perfino Salinger, scrive romanzi, saggi, opere teatrali. Una volta Marlon Brando le chiede: «Sei una grande scrittrice»? Risposta: «Non lo so, ma ne ho l’intenzione ». La madre, in Irlanda, è orgogliosa del successo della figlia, ma non le perdona lo scandalo. La parola chiave è sempre quella. Anche al centro di Tante piccole sedie rosse c’è uno scandalo, in un piccolo villaggio irlandese, dove c’è una donna ingenua tradita da un uomo e giudicata da tutti. L’uomo, l’altro protagonista, è Vladimir Dragan, migrante misterioso arrivato (dice) dal Montenegro, che si presenta come «medico olistico » e poi, si scopre, è un criminale di guerra serbo bosniaco, che sembra Radovan Karadzic, l’uomo condannato per il genocidio di Srebrenica.

Edna O’Brien, il suo nuovo romanzo parla del male, del suo mistero e del suo fascino. Perché questa scelta?

«Il male è un tema che la letteratura ha affrontato fin dagli inizi. C’è il male di Omero, di Sofocle, di Euripide, c’è il male di Shakespeare, come Otello e Tito Andronico. E, nel mondo in cui abitiamo, il male sembra più preponderante che mai, perché abbiamo così tante informazioni da tutto il globo. L’ho scelto come tema in contrasto con uno sfondo di innocenza e di ignoranza relativa. In quel piccolo villaggio, nessuno avrebbe potuto immaginare che una persona del genere capitasse in mezzo a loro. È uno stratagemma utilizzato in molte fiabe, che io trovo interessante esplorare anche nel romanzo ».

Il protagonista, il dottor Vlad, è magnetico e affascinante, ma allo stesso tempo è un criminale di guerra, un assassino di massa. Eppure attraversa l’esistenza quotidiana come fosse normale...

«Se si guarda alla storia, anche a quella recente, coloro, come nella Germania nazista, che hanno perpetrato i torti più terribili sono scomparsi in Sud America e si sono infiltrati nella vita quotidiana, fino a che alcuni sono stati scoperti. Klaus Barbie è un esempio».

È vero che l’idea del romanzo è nata da una frase di Tolstoj?

«Tolstoj ha detto che esistono due temi dominanti nella narrativa. Uno: un uomo in viaggio, come Amleto. Due: Uno straniero arriva in una cittadina, come in The Playboy of the Western World di J. M. Synge».

Vladimir Dragan è uno straniero, appunto, ma non è il solito personaggio romantico. È un personaggio politico e criminale. Crede esistano ancora argomenti tabù per le scrittrici donne?

«Sì, ci sono molti tabù a proposito degli argomenti di cui le donne dovrebbero scrivere, ed è il risultato di secoli di storia piena di pregiudizi. Le farò un esempio. Lo stupro di Filomela, e poi il fatto che le venga tagliata la lingua, dagli eruditi maschi è stato considerato un eccesso di amore da parte del re Tereo».

Ha fatto molte ricerche per questo romanzo?

«Sì. Le ricerche sono state ampie e probabilmente hanno preso un quarto dei quattro anni che ho passato con Tante piccole sedie rosse».

Ha una routine quando scrive?

«Io scrivo tutto il tempo, nella misura in cui il lavoro è sempre con me, perfino quando non sto scrivendo. Tenere insieme le varie componenti di un romanzo è piuttosto straziante, ed è per questo che odio le interruzioni, di qualunque genere».

La protagonista Fidelma è una vittima, immediatamente giudicata dalla sua comunità. Scrive che, per il villaggio, lo scandalo è un nettare. Un tema che affronta dal suo primo romanzo, Ragazze di campagna. Perché?

«Gli irlandesi non sono gli unici a godere degli scandali. La maggior parte dei tabloid e delle riviste trae il grosso dei guadagni da lì. Le relazioni pericolose è un libro sempre amatissimo per lo stesso motivo».

Il pregiudizio e l’ipocrisia dominano le nostre vite?

«La grande narrativa si apre un varco nei turbamenti del pregiudizio e dell’ipocrisia. Pensi a Casa desolata di Dickens e all’inerzia soffocante della professione legale».

Dopo tanti anni che ha lasciato il suo Paese, perché l’Irlanda rimane la sua fonte di ispirazione costante? Secondo lei, l’Irlanda ha qualcosa di speciale per uno scrittore?

«Joyce ha lasciato l’Irlanda. Beckett ha lasciato l’Irlanda. Le loro opere sono radicate nel paesaggio irlandese. Sia fisicamente, sia psichicamente. La terra natale è l’ispirazione di ogni scrittore, da Proust a Moravia, a Malaparte, a Roth, a Munro. Per tutti».

Si è mai data una spiegazione della predominanza irlandese nella letteratura inglese dell’ultimo secolo?

«Mi sento fortunata di avere avuto sia la lingua irlandese, sia quella inglese per nutrire la mia immaginazione. Avrei voluto averne molte di più».

Ha detto una volta che oggi ci sono troppi romanzi, e troppi scritti male. È così?

«Ci sono moltissimi libri pubblicati, ma ben pochi li giudicherei grande letteratura. Per il Guardian ho scritto un pezzo sull’argomento, si intitola La letteratura è un animale in estinzione?»

Scrive spesso di donne e dei loro sentimenti, ma ha detto di non essere molto amata dalle femministe. Come mai?

«Alcune femministe si sono trovate in disaccordo col mio lavoro, ma non tutte. Molti grandi uomini e molte grandi donne hanno esplorato l’immenso serbatoio del sentimento, ed è un peccato che alcuni lo ignorino».

La scrittura nasce sempre dall’infelicità e dal dolore?

«Credo che il dolore e la tristezza siano pietre indiscutibili per affilare la scrittura e la ragione è semplice. Una persona felice probabilmente non trascorrerà tre settimane a descrivere un certo dettaglio di una nuvola, come ha fatto Flaubert, e come ci dice. La tensione e il conflitto interiore sono la materia della letteratura e Kafka ce lo ha ricordato più di una volta».