Ma non confondiamo Hornby con la Woolf il commento 2

di Luigi Mascheroni

C'era un celebre editore il quale, secondo un altrettanto celebre aneddoto, davanti al successo commerciale di alcuni suoi libri diceva: «Significa che abbiamo sbagliato qualcosa». E in effetti trovare l'equilibro fra arte e mercato, cioè tenere insieme i conti economici di una casa editrice con il valore letterario di ciò che si pubblica, è la sfida più grande che da sempre si trova ad affrontare chi lavora con i libri. Fare i soldi con i «libroidi» e gli «scrittori alieni» - calciatori, rockstar, giornalisti tv e pornoattrici - è (abbastanza) facile. Fare bellissimi libri senza venderli, ancora di più. Quindi? Quindi se il mestiere dell'editore è il più bello e il più complicato del mondo, il ruolo - o la «missione» - è invece quello di scegliere (si suppone il meglio), selezionare (tra infinite proposte), scoprire (i talenti), riproporre (i dimenticati), «orientare» (i lettori). L'editore è, a suo modo, un pesantissimo influencer del mondo culturale. Ecco. Nuove collane come «Le Bussole» di Guanda o «Gli Intramontabili» di e/o, come tante altre in passato del resto, fin dal titolo sono molto chiare: offrono un percorso, selezionano autori, selezionano titoli che compongono, secondo una «precisa linea», una scelta di valori. Anche se poi bisogna stare molto attenti ad affiancare i libri «migliori» di questi anni ai «classici» contemporanei, perché altrimenti, nell'entusiasmo di sfruttare il proprio catalogo, si finisce spericolatamente col mettere Paola Mastrocola o Nick Hornby accanto a Virginia Woolf e Tanizaki, o Joan Didion insieme a Melville. Resta però, per fortuna, il coraggio di ribadire la funzione «guida» dell'editore, in un'era digitale come la nostra in cui il self publishing azzera tutto: le difficoltà di pubblicazione ma anche i valori letterari. Roberto Calasso, un intellettuale-manager che su una precisa «linea» nella scelta dei suoi autori ha costruito un catalogo esemplare, cioè Adelphi, nel recente L'orma dell'editore ha sferrato un attacco micidiale all'ebook: senza copertina, risvolti, veste grafica, il libro diventa un'altra cosa. E soprattutto contro il self publishing proprio perché elimina il ruolo dell'editore, cioè di colui che sceglie, seleziona, dà un giudizio, dice sì o no: «il self publishing sembrerebbe il trionfo della democratizzazione, e invece lo è dell'ottundimento generale», scrive Calasso. Eccolo allora il buon editore. Colui che, per citare un altro aneddoto, «non scrive libri, quelli li scrivono gli autori. Non li stampa, quello lo fa il tipografo. Non li vende, quello lo fa il librario. Non li distribuisce, quello lo fa il distributore. E allora che cosa fa? Tutto il resto». Dire cioè: «questo sì», «questo no». Che è tantissimo. Oltre che una cosa parecchio difficile.