Il nuovo Whitney Museum alla riscoperta dell'America

Il palazzo è stato studiato come piazza aperta a tutta New York. In mostra il meglio dell'istituzione: da Hopper a Koons. Con la sezione sull'11 settembre

Sono piovuti giudizi ambivalenti sul nuovo Whitney Museum di New York disegnato da Renzo Piano, sulle borse di Max Mara co-prodotte dall'architetto, sullo spostamento di uno dei quattro grandi musei newyorchesi a sud della 14ª strada, in quel paradiso per turisti e galleristi fra il Meatpacking District e Chelsea, un posto dove un artista che non è affermato a livello globale non può permettersi di affittare una stanza, figurarsi uno studio. Il solitamente severo Federico Rampini si è spinto a definirlo un quartiere «modaiolo» dove ferve addirittura la «movida notturna». Il vecchio Whitney di Marcel Breuer era uno scrigno color ardesia per conservare l'arte nell'Upper East Side, il nuovo è un marchingegno semitrasparente per fruirne, una «piazza», come la chiama Piano, che si apre in mezzo al tessuto urbano.

C'è chi ha salutato tutto questo come un coraggioso salto di paradigma in una città che si reinventa continuamente, chi vi ha visto il più bieco dei tradimenti, uno specchietto da archistar per le allodole forestiere a spasso sull'High Line, la vecchia ferrovia sopraelevata tramutata in parco. Il New York Times ha cesellato un giudizio articolato ma con una certezza di fondo: «Non è un capolavoro». Il New York Magazine è stato leggermente più abrasivo quando ha accostato l'edificio all'estetica dei prodotti Apple, satinati e cool e inevitabilmente destinati ad invecchiare. Questo per quanto riguarda l'involucro. L'arte che contiene presenta a sua volta un certo grado di ambiguità.

Oggi il Whitney Museum apre al pubblico, ieri ha tagliato il nastro Michelle Obama, first lady macrobiotica in versione patrona delle arti, e il mondo potrà vedere «America is Hard to See», un viaggio nell'arte contemporanea americana segnato dal fraintendimento, a partire dal titolo. L'America si vede a fatica, ma si potrebbe tradurre anche con: «vedere l'America è dura, fa male». È il titolo di una poesia di Robert Frost ripreso dal regista marxista Emile de Antonio per un suo documentario politico. Racconta del 1968, l'anno in cui l'America ha perso se stessa, ha tradito i suoi ideali, si è lasciata irretire dalla violenza che nel giro di pochi mesi ha portato via Bobby Kennedy e Martin Luther King. Il tutto raccontato attraverso la campagna illusoria di Eugene McCharty, che da sinistra sfidava il presidente Lyndon Johnson su una piattaforma radicale e pacifista, un sogno per la controcultura. È finita con Johnson fuori gara, McCharty umiliato e alla Casa Bianca Richard Nixon, il peggiore dei mondi possibili per de Antonio e i suoi compagni di strada. Più tardi il regista ha abbracciato una prospettiva anche più radicale: l'America non aveva tradito i propri ideali, ma li aveva messi pratica, aveva svolto correttamente le premesse intrinsecamente malvagie, e le conclusioni erano sotto gli occhi di tutti. Quante cose si nascondono in un titolo...

La curatrice della mostra, Donna De Salvo, ha puntato tutto sulla «difficoltà di definire chiaramente l'ethos del Paese e dei suoi abitanti», l'America come soggetto cangiante e oggetto sfuggente dell'indagine. Sostiene anche che illustrare quest'identità polimorfa sia lo scopo del Whitney, che all'arte americana è completamente dedicato. In questo senso la rivoluzione architettonica e urbana portata da Piano non senza mugugni si può leggere come un evento coerente con la missione del museo. L'arte americana è anche un architetto che viene da Genova, proprio come il navigatore che ha scoperto, senza rendersene conto, il continente, e che Frost delicatamente canzonava nella sua poesia. «America is Hard to See» è composta da oltre 600 opere, tutte della collezione del Whitney, una specie di «best of» che accosta una selezione di Hopper, O'Keeffe, Jasper Johns al percorso obbligato della pop art fino alle stanze dedicate alla piaga dell'Aids negli anni Ottanta e Novanta, passando per il Beat, la campagna contro il Vietnam, le aspirapolvere Hoover di Jeff Koons, tornando al futurismo di Joseph Stella e rendendo omaggio al ritratto di Gertrude Vanderbilt Whitney, la ricca artista che ha fondato il museo.

I corridori di Jonathan Borofsky sfrecciano su una parete che si affaccia sull'acqua, visibile più da un ipotetico navigante sull'Hudson che da chi è all'interno della sala. La mostra è un trionfo multimediale, con video, installazioni, musiche e proiezioni monografiche che si alternano ogni giorno. C'è una sezione dedicata all'11 settembre, con le terribili caricature di prime pagine di tabloid con il volto di Bin Laden e il titolo allarmista e realista: «Il peggio deve ancora venire». I piani sono organizzati come giganteschi loft, spazi in stile industriale senza colonne né pareti fisse. Tutti i muri si muovono e si combinano a piacere, lasciando totale libertà al curatore di organizzare gli spazi a seconda delle opere, non viceversa. È uno spazio essenzialmente vuoto – «flessibile» è il sinonimo colto da usare in società – e le uniche opere d'arte fisse si affacciano nei soli spazi immodificabili, gli ascensori, decorati da Richard Artschwager. Così al quinto piano si viene accolti da una composizione enorme e fin troppo vicina alla scala di facce di Ronald Reagan e bersagli, l'opera He Kills Me di Donald Moffett, sovrastata da un gigantesco poster di Barbara Kruger: We don't need another hero . Un perfetto esempio della stratificazione dell'arte americana, che mischia il provvisorio e l'eterno, le effimere condizioni generazionali e la stabile condizione umana.

L'America è difficile da vedere, ma il Whitney è un buon punto d'osservazione.