«Oggi la sola ideologia è il mercato finanziario»

Classe '64, torinese, Alessandro Perissinotto è docente universitario e pluripremiato autore di noir. Ha scritto Le colpe dei padri (Piemme) documentandosi sulla Torino degli anni '70, le fabbriche occupate, il terrorismo. L'ingegner Guido Marchisio, il manager protagonista, ricorda Marchionne e Valletta; il suo «doppio», Ernesto Bolle, un italiano che tutti potremmo essere stati.
Chi è Guido Marchisio?
«Un dirigente industriale che dello spirito del neoliberismo sembra aver preso tutto. Arroganza, cinismo, senso dell'apparire. Si sta istruendo alla scuola del licenziamento facile e della ristrutturazione dolorosa. Poi scopre che la corazza che si è costruito non gli si addice».
E chi è Ernesto Bolle?
«Un ricordo. Che prende forma come una specie di colpa, dei padri, appunto. È il lettore a costruirlo».
Perché Torino?
«Perché è lo sfondo delle vicende reali del romanzo. Perché pur avendo un destino comune ad altre città industriali, è stato l'emblema dei cambiamenti italiani, li ha anticipati: la tensione per l'immigrazione, il clima di piombo, i fermenti Fiat e la lotta operaia. E il senso di abbandono oggi da parte della “grande fabbrica, una sindrome di Stoccolma».
Che senso ha la parola ideologia?
«Questo è un romanzo politico, ma non ideologico. Rinuncia a un punto di vista fisso e giudicante e dice che oggi l'unica ideologia, intesa come sistema di pensiero assolutizzante, è il mercato finanziario. Nel libro ho preso le parti di tutte le persone che da questo sistema sono stritolate, dirigenti compresi. La buona letteratura però è sempre fatta di dubbi e passaggi sul privato, sennò scriviamo saggi, o volantini elettorali».
Oggi «Ci vorrebbero le Brigate Rosse»?
«Ho scritto una frase del genere perché l'ho sentita in giro: al bar, sul treno, non in un circolo politico o in una manifestazione. La metto in maniera provocatoria: stava cominciando a circolare e di tanto in tanto circola come espressione del senso di impotenza della gente».
Che ne pensa dello Strega?
«Facevo la scuola tecnica e il mio orizzonte umanistico a 14 anni era il Club degli Editori. Ricordo che sulla rivistina era uscita un'offerta per acquistare tutti i romanzi vincitori dello Strega. Per molto tempo quello è stato il mio desiderio. Lo Strega porta alla luce i romanzi importanti. Vanno bene anche le polemiche. L'importante non è chi vince, ma che non vinca un libro brutto».
Perché dovrebbero votare il suo libro?
«Mi sta soprattutto a cuore che i giurati lo leggano. Mi dispiacerebbe essere votato senza esser stato letto».