Paradosso in piazza Chiedi più diritti e avrai meno libertà

L'Istituto Bruno Leoni di Milano continua a sfornare testi di grande interesse. Nella collana «Mercato, Diritto, Libertà», diretta da Luigi Marco Bassani, Nicola Iannello, Carlo Lottieri e Sergio Ricossa, vede ora la luce un importante lavoro di Raimondo Cubeddu, Il tempo della politica e dei diritti (pagg. 202, euro 20).
Cubeddu parte da una considerazione generale: nel mondo occidentale - specialmente in Italia - la crisi della politica ha raggiunto ormai il livello di guardia, non essendo più in grado di rispondere ai compiti «classici» che le erano stati assegnati fin dal secolo scorso dal sistema liberal-democratico. Una molteplicità di cause - soprattutto di carattere economico e tecnologico - ha generato una società sempre più dinamica e varia, caratterizzata da un aumento di incertezza e imprevedibilità dei comportamenti individuali e collettivi. Siamo in presenza di una continua spinta innovativa che pervade tutti i settori della vita sociale, dovuta al fatto che la serie di istanze che essa mette in moto non è sufficientemente metabolizzata dal potere politico. Questo non ha il tempo sufficiente per trasformare tali richieste in norme legislative capaci di far fronte all'incessante trasformazione, anche a causa della mostruosa autoreferenzialità della logica burocratica, che per molti versi paralizza le forze più vive della società. Di qui una crescente difficoltà a risolvere i conflitti che nascono all'interno della società stessa.
Il risultato di questo profondo mutamento si misura nella proliferazione di domande volte ad ottenere una serie di certezze, che la politica, per l'appunto, non riesce più a soddisfare. Si tratta di diritti che esulano da quelli classici del Rule of Law, secondo cui, per principio, vengono garantiti a tutti la vita, la proprietà e la libertà. Accanto a questi fondamentali diritti naturali, si assiste ora all'emergere di aspettative molto diversificate, come il diritto al lavoro, allo studio, alla salute, alla casa e altri ancora; un insieme di istanze diverse che va sotto il nome complessivo di diritti umani. Questi vengono rivendicati come sfere etiche poste al di sopra della logica politica, fino al punto di chiedere che siano «costituzionalizzati», con la conseguenza di estendere il controllo giudiziario sull'esecutivo, sostituendo la tutela politica con quella amministrata monopolisticamente dall'élite dei «costituzionalisti»; una tutela, quest'ultima, potenzialmente estendibile ad ogni sfera della vita individuale e sociale.
Possiamo dire senz'altro che i diritti umani non sono altro che la continuazione, sotto la veste giuridica, del diritto all'«uguaglianza sostanziale», secondo cui è eticamente necessario realizzare, per tutti, l'affrancamento dal bisogno, che però, essendo di per sé diverso per ognuno, non può che essere soggettivo; una soggettività, per di più, antinomica, denunciata a suo tempo da Norberto Bobbio (alcuni diritti sono fra loro incompatibili). Di qui lo sviluppo di un relativismo etico, sociale e culturale pressoché incontrollabile. Questo trova ascolto in quella parte dell'opinione pubblica pervasa dal «politicamente corretto», la quale crede all'effettiva realizzazione di tale possibilità. Si tratta una credenza molto naïf perché pensare che la soddisfazione reale di una proliferazione indistinta di bisogni eterogenei non richieda comunque l'adozione di un criterio selettivo, e dunque implicitamente politico, è non avere chiare le più elementari logiche che presiedono ai rapporti di forza che si instaurano nei meccanismi della scelta. Come osserva Cubeddu, in condizioni di scarsità di tempo, di conoscenza e di beni, non tutte le aspettative, indipendentemente dal loro essere etiche, razionali o meno, possono trovare piena realizzazione, e ancor meno contemporaneamente o nel tempo preteso da chi le formula.
In tutti i casi ci si chiede: come è possibile non capire che il potere politico - qualunque potere politico - non può soddisfare tutti i bisogni e tutte le aspettative? Lo Stato non è in grado di garantire tali diritti in modo compiuto, e tanto meno realizzarli per tutti. Qualora vi riuscisse, si otterrebbe un gigantesco paradosso: si chiede più libertà, si ottiene più autorità; cioè più Stato. L'osservazione di Cubeddu, a questo proposito, non potrebbe essere più centrata: «i fallimenti della politica ne aumentano la domanda». Ed questo, senz'altro, il risultato nefasto del liberalismo di sinistra. È evidente infatti che se si pretende che spetti alla politica il compito di risolvere tutti i problemi, ne consegue il conferimento di un potere enorme alla politica stessa. Come aveva già ammonito oltre due secoli fa il grande liberale Benjamin Constant: «esistono sfere della vita individuale su cui la società non ha diritto ad avere una volontà». Di qui la sfida del liberalismo classico posta da Cubeddu: ripensare il rapporto tra politica, potere e cittadini nella prospettiva di un superamento della (logica) politica per ridurre al minimo il ruolo del potere.