"La partita di tennis del secolo? Il barone contro il ragazzino"

L'autore di Terribile splendore spiega il fascino di quella lontana sfida del 1937: "Sul campo di Wimbledon non si affrontarono due atleti, ma gli Usa e il nazismo"

Gottfried von Cramm nel match contro Donald Budge a Wimbledon

Quando si parla del più famoso match di tutti i tempi, ognuno ha il suo. Le ultime generazioni si riferiscono senza eccezione all'incredibile confronto Federer-Nadal, nella finale di Wimbledon 2008. Qualcuno invece ancora ricorda che nel 1937 si giocò una partita iscritta per sempre nella Storia del Tennis, tra gli allora numero Uno e Due al mondo: sul campo centrale di Wimbledon, di fronte a 14mila spettatori, lo “zotico” yankee Donald Budge, 22 anni e una Wilson pesante, affrontava per la semifinale di Coppa Davis, l'aristocratico tedesco barone Gottfried von Cramm, 28 anni e una Dunlop sottile. Come dire, Stati Uniti-Germania in un'annata cruciale. Nemmeno a Gianni Clerici, di cui divenne amico, il barone volle mai parlare di quel match né dei dettagli della sua controversa biografia. Da ieri invece è in libreria Terribile splendore (66thand2nd editore), l'avvincente e dettagliato racconto non solo di quella partita, ma della vita di tre uomini, Budge, von Cramm e il suo allenatore Tilden, che segnarono la storia sportiva. Lo firma Marshall Jon Fisher, ex tennista professionista, giornalista sportivo e scrittore americano.
Lo sport, la vita o la Storia: qual è il tema del libro?
«Uso uno dei più grandi match mai giocati come finestra per entrare nelle vite di tre uomini pieni di fascino. Nel mondo del 1937, in piena Depressione economica e in preparazione alla guerra. E nella virulenza di antisemitismo e omofobia di quel periodo».
Chi erano quei tre?
«Von Cramm era il tennista numero due al mondo e di gran lunga il più popolare. Elegante, conturbante, sportivo consumato, speranza incarnata della Germania di vincere la Davis. Ed era gay. Giocava sotto la costante minaccia di essere arrestato dalla Gestapo e messo dentro. A meno che non continuasse a vincere. Dan Budge era la controparte perfetta. Ragazzotto “all-American”, capelli rossi e lentiggini, figlio di un camionista. Era appena diventato il numero 1, battendo von Cramm nella finale di Wimbledon e poteva diventare il primo a conquistare il Grande Slam. Big Bill Tilden era considerato il più grande tennista di tutti i tempi. Per tutti gli anni Venti Tilden è stato il Tennis e forse il più famoso atleta del mondo. E quasi nessuno sapeva che anche lui era gay. Era un americano. E allenava la squadra tedesca».
Perché quella del 20 luglio '37 fu «la più grande partita di tennis di sempre»?
«Ci sono stati altri match storici: Federer Nadal nel 2008, McEnroe-Borg nel 1980. Ma per quarant'anni quel match è stato “il più grande” perché non era in gioco solo il tennis. Von Cramm giocava per la vita».
Che cosa lega il tennis alla vita?
«Nel tennis non si combatte contro un avversario, ma contro le condizioni avverse e contro se stessi: la propria paura, debolezza, incostanza. Come nella vita».
Ci sono rituali segreti che i campioni usano prima dei match?
«Sono sempre esistiti tennisti, come Vitas Gerulaitis, che non camminerebbero mai sulle linee quando scendono in campo. Ma il mio preferito era Tappy Larsen: aveva l'urgenza incontrollabile di tamburellare tutto, il compagno di squadra, la rete, gli avversari...».
Quante ricerche le è costato questo libro?
«Ho letto tutto quel che è stato scritto sulla partita, sui tre uomini in gioco e sui loro “sostenitori” presenti al match, tra cui Barbara Hutton, James Thurber, Ralph Bunche, Jack Benny, Ed Sullivan. Ho passato giorni alla New York Public Library con le vecchie copie del settimanale American Lawn Tennis».
E ha conosciuto Gene Mako.
«Era il migliore amico di Budge e il suo partner nel doppio. L'ho incontrato a Los Angeles nel 2007: a 91 anni era ancora un ragazzino irascibile con la memoria perfetta del match di 70 anni prima. E biasimava i campioni di oggi: “Noi non ci fermavamo ad asciugarci a ogni momento e altro che due minuti a sedere ogni due game. E niente allenatore privato: a che cosa sarebbe servito? Eravamo già noi i migliori”».
Ma è vero che prima del match Hitler telefonò a von Cramm?
«Budge lo ha raccontato di continuo, e convintamente, fino all'ultimo dei suoi giorni. Ed era un uomo onesto, che non condiva le storie con invenzioni: prima di entrare in campo, squillò il telefono negli spogliatoi, la chiamata era per von Cramm e quando il barone tornò disse: “Era Hitler, voleva augurarmi buona fortuna”. Quando glielo si chiedeva però, von Cramm ci rideva su, diceva che era una favola, un'invenzione. Badò a farlo negare anche dagli amici, dai parenti e dagli storici. Con uno zelo quantomeno sproporzionato. Dopo tutto, se Hitler chiamò, non fu certo colpa di Cramm e il fatto non getta alcuna cattiva luce su di lui. Non è improbabile che la chiamata sia avvenuta invece. Ai tempi, il tennis era importante quanto la boxe per l'immagine della Germania».
Qual è la difficoltà più grande nel raccontare lo sport?
«Essere in campo davvero. Giocare. Non scrivere mai come uno spettatore».


Marshall Jon Fisher