Da Poe a Gaiman morire (di paura) è un vero piacere

Da qualche parte nell' Uomo senza qualità il noto pessimista Robert Musil si lascia andare a un sorprendente moto di ottimismo (ma forse è semplice cinismo). E dice: «Nessuno si considera interamente un vigliacco, perché se qualcosa gli fa paura ne corre via lontano, esattamente fino al punto dove si considera di nuovo un eroe!». Spostare la soglia del dolore psichico un po' più in alto, oltre i ristretti confini dell'ideale uomo vitruviano di messer Leonardo da Vinci, è l'aspirazione di tutti noi. Renderci immuni, per qualche metro in più, dalle nostre ataviche paure sarebbe un successone. Tuttavia siamo, e dobbiamo rassegnarci a essere, elementari bipedi senzienti schiavi della nostra aggressività. Del nostro doppio maligno. La regola, aurea e diabolica, vale per l'uomo della strada (l'uomo della folla, direbbe Edgar Allan Poe) e, a maggior ragione, per l' homo scrivens , naturalmente affetto dal maledettismo creativo e, in quanto tale, omicida. La letteratura orrorifica, in fondo, non è che un'auto-analisi spinta alle estreme conseguenze, una deviazione dal comune, pacificato sentire che conduce negli abissi incogniti.

Parallàxis , cioè «accavallamento», «cambiamento» e «deviazione» si chiama la neonata (a inizio giugno) rivista dedicata all'orrore, alla fantascienza e al realismo magico, pubblicata dalla Ekt Edikit di Brescia ( www.ektglobe.com ). «A twist in the mind», una distorsione mentale, suggerisce il sottotitolo. Insomma, è il ritorno del buon vecchio «perturbante» in cui chissà quante volte vi siete imbattuti durante le scorribande nel genere genericamente chiamato «gotico», figlio degli Stoker, degli Stevenson e del suddetto Poe. Il numero zero sta facendo il proprio corso, complici alcune librerie di frontiera, e il numero 1, ci annuncia il giovane editore Tommaso Marzaroli, in settembre si avvarrà, fra gli altri, del contributo di una grande firma statunitense.

La «deviazione» principe del numero zero è, come sintetizza Adriano Zamperini nel saggio conclusivo, «L'aggressività come genere narrativo del doppio». E ovviamente fra dottor Jeckyll e mister Hyde la competizione è sospesa nel limbo della non belligeranza, anzi di un'alleanza foriera di delitti. Cicci di Scandicci di Valerio Evangelisti, manifesto post-programmatico di ogni possibile mostro di Firenze, è qui riproposto come micro-classico del Male rurale; I finali femminili di Neil Gaiman, semisconosciuto racconto del celebre scrittore e fumettista inglese, gli tiene compagnia sotto forma di una statua vivente che ci rimanda a I misteri del giardino di Compton House ; Il bisogno di Lisa Tuttle paga il dazio al (sotto)genere femminile-cimiteriale, appendice e appendicectomia di sapore ottocentesco; Come ho conosciuto mia figlia di Max Barry bilancia con il (sotto-sotto)genere maschile del padre innamorato della moglie e geloso della figlia mena iella; Nostalgia robot di Silvia Candelaresi, una piacevole scoperta, è una fuitina à rebours nell'archeologia criminal-tecnologica.

Detto ciò, le deviazioni di Parallàxis ottengono l'effetto (speciale) sperato: metterci paura quando ci guardiamo attraverso lo specchio, e il «cfr» di prammatica al tenero e insieme mostruoso Lewis Carroll, già di per sé sarebbe uno spunto inquietante...