Poeti, navigatori e buffoni Ecco l'America di Melville

Nelle prose di Viaggi e balene il fascino del mare, l'ironia sul futuro presidente Zachary Taylor e il ritratto in stile dickensiano di Phineas Taylor Barnum

Per gli appassionati di Herman Melville (1819-91) leggere questo volumetto di inediti, Viaggi e balene (Edizioni Clichy, pagg. 160, euro 8, traduzione e cura di Fabrizio Bagatti) sarà una gran festa. Perché vi ritroveranno i temi maggiori di questo autore gigantesco che ha dovuto attendere tanto per avere il posto che gli spetta nella letteratura americana e mondiale, e potranno anche scoprirne una vena leggera e satirica sino a qui sconosciuta in lui.

Questo è il caso degli Autentici aneddoti del vecchio Zack, pubblicati tra il 1847 e il 1850 sulla rivista Yankee Doodle, nata per imitare il celeberrimo periodico britannico Punch. Il vecchio Zack è il generale Zachary Taylor, eroe della guerra contro il Messico e in seguito presidente degli Stati Uniti. Ma queste deliziose pagine non hanno proprio un'aria eroica. C'è qualcosa dell'humour di Dickens, quello del Circolo Pickwick, ma qui lo sfondo è diverso, e la sottolineatura satirica più circoscritta e direi mirata: i bersagli sono l'enfasi militaresca e la riduzione della vita a baraccone spettacolare che è implicita nella figura e nell'opera del famoso imprenditore e mistificatore Phineas Taylor Barnum. Vediamo il vecchio Zack impavido sotto il tiro di un mortaio messicano, ma lo vediamo soprattutto mentre fa il bucato, si rattoppa gli abiti, si allenta le cuciture della giacca, sopporta una zeppa di ferro sulla sella che, mentre smonta, gli lacera i pantaloni lasciandolo nudo nelle parti intime, e finisce durante il pranzo con una pentola in testa per un colpo nemico arrivato alla sua tenda. E intanto, sempre sullo sfondo, Barnum richiede ossessivamente per il suo American Museum tutto quello che riguarda l'eroico generale: la scatoletta del tabacco, i calzoni lacerati, la zeppa di ferro, la pentola che gli ha fatto da cappello. Sino ad avanzare offerte per il vecchio Zack tutto intero come pezzo da museo.

Nemico dei miti di cartapesta, Melville costruirà nei romanzi maggiori miti autentici, sorretti da una esigenza metafisica ed etica che trova nel mare il suo terribile specchio. Tra questi inediti, le pagine di mare, una recensione ai Bozzetti di caccia alle balene di J. Ross Browne, pubblicata nel 1847 sulla rivista Literary World, e una conferenza sui Mari del Sud del decennio successivo, presentano caratteri che ben conoscono i lettori di Taipi e di Moby Dick. L'oceano appare come il «peculiare teatro del romantico e del meraviglioso», ma anche come la scena dura e ardua, fatta di lavoro e sacrificio, in cui si muovono i 20mila marinai imbarcati sulle 700 baleniere della flotta americana. Il capitano, Sua Altezza Nautica, è un Giano bifronte: cordiale e faceto in terraferma, diventa feroce sulla nave, mai capace di una parola gentile o di simpatia umana. I balenieri sono come reclute in battaglia, davanti alla balena che frusta l'acqua tra schiume e vapori, trascina la lancia, ne arriva a prendere la prua nella bocca mostruosa. Per sostenere che nessuna balena ruggisce colpita dall'arpione, Melville chiama sul banco dei testimoni Giona. E lascia già intravedere i riflessi biblici che tanta parte avranno nella vicenda del capitano Achab e della Balena Bianca.

Omerico e biblico, Melville ha sempre trovato sostenitori in spiriti legati al culto mitologico delle passioni e della natura: penso a Jean Giono, a Cesare Pavese. Parlando dei Mari del Sud, quelli che evocano un «odore indefinibile di legno di sandalo e di cannella», Melville racconta di Balboa e di Magellano, e illustra gli squali, i pesci-diavolo, i pellicani, i pinguini, gli albatros, le isole «fitte come le stelle della Via Lattea». E, riprendendo i temi di Taipi, si dichiara filantropo e amico dei polinesiani, come in un articolo precedente si era speso per i pellerossa, sostenendo che sbaglia chi prova sentimenti di sdegno e disprezzo verso di loro. E scrivendo, con un passaggio logico ardito, che né Newton né Milton, uomini veramente grandi, li avrebbero disprezzati. Le pagine conclusive sintetizzano alla perfezione il pensiero dell'autore: i profitti maggiori di un viaggio sono lo sbarazzarsi dei pregiudizi e il provare benevolenza per la razza umana, viaggiare è come una seconda nascita.

Melville lo sapeva bene. Lui era rinato vagando sugli oceani. E ci pensava sempre nei suoi ultimi lunghi anni di silenzio, alla scrivania del suo ufficio alla dogana di New York, quando, lungi dall'immaginare che un giorno avremmo festeggiato alcuni suoi inediti, si era convinto che nessuno avrebbe più letto i suoi libri.