La polemica

M usei italiani a marce differenti. Mentre il Castello di Rivoli non riesce a frenare la corsa al declino e, dopo un anno di pressoché totale inattività, punta sulla mostra personale di un epigono del Minimal californiano, tal John McCraken sconosciuto ai più anche nel suo Paese, il MAXXI di Roma insiste sulla strategia di collaborazioni con importanti partner stranieri, allo scopo di coprodurre le iniziative, abbassando i costi e facendo circolare l’arte italiana oltre confine.
Punto di forza del calendario 2011, appena presentato, sarà l’antologica di Michelangelo Pistoletto, che sta per chiudere al Philadelphia Museum of Art, e che aprirà in Italia a marzo. Un progetto lungamente inseguito da Carlos Basualdo, curatore di entrambi i musei, di portare negli USA le migliori opere del maestro piemontese, realizzate non dopo il 1974, in particolare i famosi Specchi e gli Oggetti in meno. Spesa dichiarata dal MAXXI, circa 200mila euro, oltre ai cataloghi sponsorizzati da Illy.
Fin qui il discorso fila perfettamente: costi compatibili alla contrazione finanziaria, avvio di relazioni all’estero (sono in corso progetti analoghi con il MoMA di New York, il MACBA di Barcellona e la Serpentine di Londra). Ciò che invece non torna è l’arroccamento del mondo dell’arte su posizioni ripetitivamente legate al Sessantotto e alle sue poetiche che tanti danni hanno fatto alla nostra nazione, incapace, almeno quando si parla di cultura, di guardare oltre. Sembra insomma che dopo la rivoluzione mancata, gli scontri di piazza, l’ideologismo fine a se stesso, l’occupazione militare dei posti di comando, l’imposizione del criterio dell’appartenenza invece di quello del merito, che dopo di allora non sia successo davvero più nulla e che l’Italia dell’arte debba sempre e solo rimpiangere quello sventurato «come eravamo». Di quel periodo l’Arte Povera è il rappresentante ufficiale e l’impietoso censore di qualsivoglia eccezione o dissenso. Non a caso, anche l’analisi sul lavoro di Pistoletto, oggi 77enne e in piena attività, si ferma ai tempi che furono, imbevuti di politichese duro a morire.
La domanda è: ci libereremo mai del lascito fallimentare del ’68 oppure di quella stagione così lontana siamo costretti a commemorarne in eterno i nefasti? È nostalgia vintage di eschimi e barbe oppure l’ennesimo capitolo di una volontà politica di misurare la storia con l'orologio della versione ufficiale, sconfitta sul campo ma vincente nei salotti e nei musei?
In attesa di saperne di più, colpisce comunque che il monumento erto per celebrare il nuovo del XXI secolo continua invece a non oltrepassare la linea di confine del ’900. Dopo l’ouverture con De Dominicis, l’omaggio a Pistoletto. Due artisti importanti, beninteso, ma alfieri di qualcosa che conosciamo a memoria. Per l’analisi del Terzo Millennio, ripassare più tardi.