Il progetto «Grande Brera» parte zoppo

Tanta buona volontà. Basterà? Incrociamo le dita ma è lecito dubitare, perché la partenza del progetto Grande Brera, con 23 milioni di euro da spendere, mostra i problemi tipici della gestione italiana dei Beni culturali. Brera ha bisogno di spazio: per le esposizioni temporanee, per l'esposizione permanente del Novecento, per i fondi grafici e fotografici, per migliorare i servizi. In altre parole: per diventare un polo d'attrazione europea. Se ne parla da decenni. Nel frattempo, i conti si sono fatti preoccupanti, e il numero dei visitatori resta inferiore alle potenzialità.
Ieri però a Milano sono stati presentati i tre interventi pronti al via. Primo lotto, da un milione e mezzo di euro. Adeguamento delle caserme Magenta e Carroccio in via Mascheroni, ove dovrebbe trasferirsi l'attività didattica dell'Accademia. Secondo lotto, da 4 milioni e mezzo. Conservazione e ripristino delle coperture del palazzo storico di Brera, ove rimarrà, ampliandosi, la Pinacoteca. Se ne occuperà l'impresa D'Adiutorio di Teramo, con offerta al ribasso del 26,66 per cento pari a 3 milioni e 424mila euro. Terzo lotto. Progettazione di Palazzo Citterio, adiacente a Brera, che ospiterà nuovi spazi espositivi. Ben 17 dei 23 milioni messi a disposizione del Cipe riguardano quest'ultimo lavoro. Ha vinto la gara l'impresa Research (progettista Amerigo Restucci, architetto e rettore dello IAUV di Venezia) con una offerta al ribasso del 38 per cento, pari a 13 milioni e 598 mila euro.
Tutto bene quindi? No. Nel corso del dibattito, a cui hanno partecipato, oltre al ministro Bray, tutte le istituzioni coinvolte, sono saltate fuori le magagne. Ci sono 23 milioni ma ne mancano tra gli 80 e i 97 a seconda delle stime. Dove prenderli? Non si sa, anche se il ministro ha detto di non condividere le «visioni apocalittiche» degli scettici, e che «salteranno fuori». Difficilmente «salteranno fuori» dal cappello della Fondazione Brera, mix tra pubblico e privato, che tanto fece discutere producendo appelli e controappelli. Non sembra più all'ordine del giorno. Bray la mette giù così: «Se i privati vogliono partecipare con un contributo concreto, siamo pronti a discuterne». Ma quale mecenate sborserà fior di milioni rinunciando a sedersi al tavolo dove si prendono le decisioni? Qualcuno fa notare che, se il piano è questo, ci vorranno quarant'anni per vedere qualcosa di concreto. Se tutto va bene, aggiungiamo, e ammesso che l'avvicendarsi dei governi non faccia ripartire da capo l'intera macchina, come accade dal 1972, anno del primo progetto di ammodernamento.
Di fronte a questa montagna da scalare a mani nude, gli altri intoppi sono «dolci» colline. L'appalto principale, a esempio. Il ribasso del 38 per cento è così cospicuo da richiedere una «procedura per la verifica di legge» già in corso. (Finirà bene, assicurano tutti). E che dire degli accademici di Brera? Non vogliono abbandonare la sede storica senza garanzie, dichiarano di essere stati esclusi dalle decisioni e lamentano la mancanza (da trent'anni) della manutenzione ordinaria. Come partenza, è un po' in salita.