Quale è davvero la "terza via" di Röpke

Chi era davvero Wilhelm Röpke, il teorico della "terza via"?

Troppi equivoci sono cresciuti, nel corso degli anni, attorno al neo-liberalismo di Wilhelm Röpke e alla sua idea di una “terza via”. In parte, questo dipende dalla formula stessa (certo non molto felice) e, in parte, dai suoi rapporti con i teorici dell’Ordo-liberalismo e della scuola di Freiburg, non sempre analogamente avversi all’interventismo statale.
Ma certo sarebbe un errore utilizzare Röpke per giustificare quella manipolazione del mercato che egli avversava con forza. Va tenuto presente, in particolare, che il liberalismo di questo studioso si forma sulle pagine di “Nazione, Stato ed economia” di Ludwig von Mises (pubblicato nel 1919), da cui il giovane economista tedesco – era nato a Schwarzstedt il 10 ottobre 1899 – apprende come il collettivismo moltiplichi il potere dello Stato e produca aspre contrapposizioni tra differenti società e nazioni, aprendo la strada allo scatenamento di odi e tensioni.
Negli anni universitari Röpke studia economia e scienza politica a Gottinga, Tubinga e Marburgo, dove ottiene il Dr.rer.pol nel 1921 e poi la Habilitation. Nel 1923 sposa Eva Finke, da cui avrà tre figli, e l’anno successivo inizia ad insegnare a Jena. Quindi ottiene una posizione all’università di Graz prima di tornare a Marburgo, dove nel 1929 diviene professore titolare. Ma potrà restare nella sua alma mater solo quattro anni a causa dell’arrivo al potere dei nazisti. A causa delle sue idee liberali, è costretto a lasciare la Germania e si trasferisce a Istanbul, dove resta fino al 1937. Raggiunge infine Ginevra, dove ottiene un incarico all’Istituto di studi internazionali ed entra in contatto con la piccola comunità intellettuale che lì aveva trovato rifiuto. Di questo gruppo facevano parte alcuni protagonisti della cultura europea (Guglielmo Ferrero e Luigi Einaudi, tra gli italiani) e lo stesso Mises, che Röpke aveva incontrato per la prima volta nel 1926.
Röpke resta a Ginevra fino alla morte, avvenuta nel 1966, divenendo cittadino elvetico e assimilando con grande partecipazione i valori della tradizione federalista di questo piccolo, grande paese. Qui egli scrive le sue opere maggiori, con cui spera di favorire un rinnovamento anche morale del liberalismo, che a suo giudizio deve rigettare lo statalismo (inflazione, spesa pubblica, pianificazione) e al contempo rivitalizzare le relazioni sociali, così che il Potere trovi di fronte a sé resistenze e contrasti.
Su talune questioni – il tema del monopolio e della grande impresa, ad esempio – Röpke può certo far storcere il naso a taluni libertari. Si tratta di temi su cui il fiero nemico dell’intervento statale sembra un poco smarrirsi: come è successo pure a Luigi Einaudi, suo collega a Ginevra e anche caro amico.
Nonostante ciò, vi sono pagine che i liberali e i libertari dovrebbero leggere con la massima attenzione. Diversamente da Einaudi, ad esempio, egli non nutriva alcuna fiducia nei riguardi del processo di unificazione dell’Europa. Benché sia molto in un’età che ancora non aveva visto il pieno manifestarsi dei tratti più illiberali delle istituzioni comunitarie, nel 1964 egli afferma che il vero collante del Vecchio Continente è il patrimonio umanista e cristiano, ma che ora esso può essere rimpiazzato da una remota burocrazia di pianificatori, economisti e tecnocrati: “Il pericolo è che il vero ordine dei valori e degli obiettivi possa essere rovesciato e che l’integrazione economica possa essere realizzato in modo tale da minacciare il reale significato dell’Europa”.
Agli occhi di Röpke, l’Europa sarebbe liberale se si limitasse a togliere le barriere che dividono le economie e le società. Ma il sogno dei politici, al contrario, consiste in un’Europa unificata entro un unico Stato e dominata da progetti volti a plasmare e riplasmare le diverse comunità.
A questa Europa sempre più centralizzata, egli oppone la saggezza dei piccoli cantoni svizzeri: la loro libertà di autogovernarsi e di soddisfare le proprie specifiche inclinazioni. La difesa della proprietà e dei valori morali a cui essa si accompagna non è possibile, per questo studioso, entro un ordine politico che annulla le autonomie e che celebra un potere tanto più forte quanto più è lontano dalle persone stesse.
Avrebbe voluto un’Europa modellata sulle libertà locali della “sua” Svizzera e oggi la realtà sembra proprio dare conferma a quanto egli scrisse e insegnò.