Quando Buzzati seguì il Papa in Terrasanta

Qualcosa di strano, che «non è mai accaduto nella storia», qualcosa attorno al quale si è creata «una atmosfera di aspettazione quasi magica. Quasi si attendesse un segno arcano, un qualcosa di sovraumano, un fatto prodigioso».

Quel qualcosa è in effetti un evento epocale: il viaggio - il primo dai tempi di Pietro - di un Pontefice nei luoghi della nascita, passione e morte di Gesù. È il pellegrinaggio di Paolo VI in Terrasanta, avvenuto fra il 4 e il 6 gennaio 1964: l'inizio dei viaggi internazionali dei Papi nell'era moderna. Un fatto, al di là dell'aspetto spirituale, che diventa notizia «politica», e che catalizza l'attenzione del mondo: oltre 2300 fra cronisti e fotografi accreditati. Solo il Paris Match mosse una squadra di 40 giornalisti. Life una ventina. E il più grande quotidiano italiano, il Corriere della sera, ben sei inviati: Alberto Cavallari, Eugenio Montale (sì, anche lui), Ernesto Pisoni, Paolo Bugialli, Gino Fantin e... il miglior giornalista-narratore sulla piazza, perfetto per cogliere l'atmosfera di attesa (Il deserto dei tartari era uscito nel '40...) e «aspettazione quasi magica» per quello strano viaggio.

Dino Buzzati. Il quale si trovò (di buon grado: accettò subito la proposta del direttore Alfio Russo) a seguire Paolo VI in Giordania e Israele. Fra il 20 dicembre 1963 (primo articolo, il più bello, sulla preparazione dell'«ottava crociata») e l'8 gennaio 1964 (su «Le cose che più mi hanno sorpreso in Terrasanta», fra cui il freddo e la gentilezza), Buzzati pubblica sul Corriere otto pezzi, che ora - grazie alla cura del «buzzatologo» Lorenzo Viganò - sono stati raccolti nel volume Con il Papa in Terrasanta (Henry Beyle, pagg. 136, euro 44).

È un reportage d'autore che racconta, con la precisione del cronista e la prosa alta dello scrittore, lo stupore dei “grandi del mondo” e del “popolo dei fedeli” di fronte alla prima visita di un Papa sui luoghi di Gesù, fra riflessioni kafkiane sulle difficoltà burocratiche della spedizione, appunti “turistici” (come l'accenno ai «policromi e disgustosi dolci arabi») e pagine romanzesche, come quella sul muezzin dalla voce potentissima con il quale i francescani del Santuario di Betania si accordano affinché non “attacchi” a urlare proprio all'arrivo del Papa, perché insomma, come si fa? E quello capisce, perché è una «brava persona», e accetta che quel giorno l'altoparlante trasmetta le canzoni sacre dei bambini registrate dai frati...