Quando dalla cerniera degli Stones uscirono follia, morfina e Warhol

I retroscena di "Sticky fingers", un disco rock che ha fatto epoca. E confermato che spesso la grande musica nasce da grandi drammi

Proprio quel momento lì. Un momento prima dell’autodistruzione. Se non ci fosse stato Sticky fingers forse i Rolling Stones si sarebbero liquefatti nell’ordalia di droga e ossessioni che celebravano da anni in una London sempre meno swingin’ e con amici/nemici sempre più rockin’. Ma è stato il momento giusto.

Sticky fingers, che sarà ripubblicato a giugno con la solita manna di inediti (spettacolari la Brown sugar suonata con Eric Clapton e i 13 brani live di Get yer Leeds lungs out! della Superdeluxe edition), è stato davvero il turning point, il crocevia di un’epoca. Perciò è uno dei dischi più belli di sempre, non solo uno dei migliori dei Rolling Stones.

Sgonfiati gli anni Sessanta e il loro bel soufflè di utopie vitali, finiti i Beatles e morti i primi ventisettenni del rock (iniziali H, J e M), nel 1971 Sticky fingers ha dato alla musica leggera le coordinate del futuro. Il primo disco con il marchio della lingua, il logo «Tongue & Lips» disegnato da John Pasche che è diventato un brand globale prima ancora che lo diventasse il gruppo. Una copertina d’arte, quella pensata da Andy Warhol con i jeans allusivi e la cerniera di metallo che si apriva sul serio (finché i rivenditori non si sono lamentati perché rovinava i vinili). In Spagna quella copertina fu censurata e neppure si sa chi fosse l’uomo dentro i jeans, sicuramente non Mick Jagger ma forse il modello Joe Dallesandro amato da Warhol.

E soprattutto una manciata di canzoni che contengono tutto ciò che ancora oggi è l’abc di rock, rap, pop e via elencando tutti i generi che vi possiate immaginare. Prendete l’iniziale Brown sugar, germogliata da uno dei riff migliori di un Keith Richards drogatissimo: è il vocabolario della provocazione sottintesa. In quei versi, che Mick Jagger canta strascicando le finali come sa fare solo lui, si allude a sesso interrazziale, a cunnilinguus, forse pure a schiavismo ed eroina. «Non potrei più scrivere parole così, mi censurerei da solo», ha ammesso pochi anni fa. Al confronto i brani di 50 Cent o di Eminem sono manuali per seminaristi. O Sister morphine, cupissima fotografia degli ultimi attimi di un drogato in overdose, che prima Jagger e Richards hanno firmato da soli ma poi hanno ammesso (anzi il giudice ha imposto di ammetterlo) che senza Marianne Faithfull non l’avrebbero scritta. Già Marianne, discendente del barone Leopold von Sacher-Masoch, sacerdote pioniere del masochismo. Amante di Keith prima (o poi). Poi (o prima) fidanzata di Mick. Una foto di loro due appena scesi dall’aereo in Australia, lui cappottone ultra chic e sciarpa bianca fino ai piedi, lei bellissima e sfatta con un cappello alla Jacqueline Kennedy, spiega più o meno le stesse cose di Sister Morphine: perdizione compiaciuta, ricerca forsennata del glamour, lusso, autodistruzione. Lei impiegò quasi dieci anni per uscirne. Lui, che è un ragioniere anche del vizio, si tenne sotto controllo senza deragliare. Ma che fatica.

Litigi con i manager. E fregature della casa discografica: la Decca disse che, prima di liquidarli, voleva un altro singolo e loro registrarono appositamente Cocksucker blues, impubblicabile già dal titolo, «Blues del pompinaro». Era iniziata la lenta autocombustione. Non a caso tutto il disco è nato a strappi, dal dicembre 1969, ossia pochi mesi dopo il funerale di Brian Jones, in uno studio di registrazione in Alabama. Poi nello studio mobile Stargroves che di solito era a Londra di fronte a casa di Mick Jagger. Ma è diventato la calamita per strumentisti pazzeschi e meravigliosi. Non solo Mick Taylor, chitarrista superbo qui per la prima volta a tempo pieno nella band. Ma anche Ry Cooder in Sister Morphine o Pete Townshend degli Who ai cori di Sway o Billy Preston all’organo e Bobby Keys che suona un assolo di sax da togliere il fiato in Brown sugar. Però da tutto il disco, persino dalla vagamente country Wild horses, grondano disperazione e voglia di fuggire non si sa dove. Pochi giorni prima di pubblicare Sticky fingers i Rolling Stones celebrarono qualche concerto e poi scapparono in Costa Azzurra pedinati dal fisco. Lì, come (mi) ha detto il bassista Bill Wyman, rallentarono i vizi e finirono le canzoni di Exile on main street, un altro capolavoro. Forse il loro ultimo. Ma è anche un’altra storia. Quella vera, disperata ma salvifica, arrivata giusto un attimo prima dell’autodistruzione, i Rolling Stones l’avevano appena scritta: Sticky fingers, il disco che ha chiuso gli anni Sessanta e che, quattro decenni dopo, non ha ancora finito di suonare bene.