Quando Guareschi fuggiva da Indro

Una mostra su Guareschi e il cinema in occasione del centenario della nascita. Salta fuori un documentario in cui Giovannino è &quot;preda&quot; di Montanelli. <strong><a href="/a.pic1?ID=270543">La battaglia contro il neorealismo</a></strong>. E De Sica disse all'Unità: <strong><a href="/a.pic1?ID=270313">&quot;Non giro Don Camillo&quot;</a></strong>

Una volta, forse, c’è stata una sinistra e magari anche una estrema sinistra. Ma sempre ci sono state molte destre e moltissime estreme destre. I componenti di questi schieramenti non si amavano e collaboravano solo episodicamente. Il prossimo Festival del cinema ritrovato offrirà al suo pubblico una di queste eccezioni.
Fra Giovannino Guareschi e Indro Montanelli c’era conoscenza, magari stima da lontano (il meglio possibile che si possa avere fra adulti), ma non rapporti di lavoro. Editrice dei vendutissimi (nel mondo) libri di Guareschi e del vendutissimo (in Italia, almeno agli albori) settimanale Candido, la Rizzoli non era ancora proprietaria del Corriere della Sera: lo sarebbe diventata molto dopo. All’epoca, quando Montanelli affidava i suoi articoli a un settimanale, preferiva Il Borghese dell’amico Leo Longanesi; per ragioni di esclusiva, Montanelli li firmava «Antonio Siberia».

Però il telespettatore della Rai-Tv del 1959, che non era tenuto a sapere tutto questo, forse immaginava che la vicinanza di convinzioni, più che di idee, prevalesse sulla rivalità professionale fra Guareschi e Montanelli. Del resto la Rai di allora, ancora a egemonia democristiana e a rete unica, non era ancora in mano per l’informazione a giornalisti come Willy De Luca. Ed Enzo Biagi, allora direttore del Telegiornale, era amico sia di Guareschi, sia di Montanelli (andrà ai funerali di entrambi, evento notevole perché Guareschi fu seppellito fra pochi intimi nell’agosto 1968).

È in questo contesto che venne l’idea del programma di Giorgio Ferroni intitolato Caccia all’orso, un documentario di un quarto d’ora dove Guareschi e Montanelli sono sullo schermo sempre separatamente. La telefonata fra loro è una simulazione: quando Guareschi appare, è con la figlia Carlotta, poi con il regista Ferroni, sempre nella casa di Roncole di Busseto (Parma). Montanelli, invece, è inquadrato seduto in poltrona, davanti alla libreria di un appartamento borghese: «La sua casa romana», si dice nel programma. Qui finge di dare a Ferroni, e sempre per telefono, disposizioni su come ottenere un incontro con Guareschi, definito un «orso», tanto è ritroso; anzi, «un orso grigio», tanto è invecchiato.
Più solida e lunga che quella con Guareschi era stata la collaborazione di Montanelli con Ferroni, passato dalla romana Cinecittà al veneziano Cinevillaggio nel 1943, dove aveva diretto il cinegiornale Luce, ma stabilendo, negli ultimi mesi della Repubblica sociale, un contatto coi partigiani. Ferroni fece insomma con più successo - restò vivo, infatti - ciò che a Milano fecero Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. E su sceneggiatura di Montanelli nel 1947 proprio Ferroni girerà Tombolo, paradiso nero, esordio cinematografico del giornalista, che scriverà e dirigerà poi l’autobiografico I sogni muoiono all’alba (1961), il cui insuccesso voterà Montanelli a un odio tenace per il cinema.