In quegli appunti il cuore e la testa di un vero intellettualeUn classico senza tempo

All'ultimo anno di liceo, eravamo tutti giovani e belli e ottimisti, ma andavamo pazzi per due scorbutici e pessimisti. Sul versante filosofico il nostro idolo era Arthur Schopenhauer, su quello letterario (che è comunque filosofico almeno quanto il versante filosofico è letterario...) c'era un uomo solo al comando, come Fausto Coppi: il mitico Giacomo Leopardi, l'airone solitario di Recanati. Il prof di filosofia la prendeva con filosofia. Era un brav'uomo e un ottimo docente ma, avendo un passato (da lui lodevolmente rinnegato) di impiegato di banca, faceva due rapidi conti e concludeva che noi amavamo il vecchio Arthur per convenienza, perché la sua dottrina è in fondo semplice, riconducibile a un banale concetto: il mondo fa schifo, puttana la miseria. Invece la prof di italiano, pur essendo una donna non bella ma in qualche modo affascinante, si vedeva lontano un miglio che era una leopardiana della prima ora. Ogni tanto, piangeva in classe. Insomma, Il mondo come volontà e rappresentazione lo leggemmo a spizzichi e bocconi, ma lo Zibaldone... Lo Zibaldone lo divoravamo con gli occhi e con le nostre testoline di adolescenti, perché lì dentro trovavamo i moniti di un fratello maggiore, il fratello che non avevamo. Il fatto che avesse scritto quella roba fra il 1817 e il 1832, cinque anni prima di andare a vedere di persona che cosa si nascondesse dietro l'ermo colle della morte, ce lo faceva amico. Gli volevamo bene proprio perché eravamo più belli (ci voleva poco) di lui, e più allegri, in attesa della «matura». Così, senza accorgercene, insieme a Giacomo diventammo uomini e donne. Perché il vero intellettuale non parla mai da una cattedra, ma da una sedia scomoda affacciata sull'Infinito.