Quei demoni da cui non vogliamo scappare

I l Gora è magnifico, enorme. Ogni volta che mi avvicino, che inizio la salita, provo lo stesso senso di meraviglia, di terrore. Mi chiedo perché sono ritornato, ancora una volta, eppure non posso fare a meno di tornare. Da solo.
***
La giornata è coperta, percorsa da una vena di umidità, come se l'aria fosse una stoffa e qualcuno l'avesse immersa in un secchio bagnato. Salire oggi sarà più difficile che altre volte. Sento che, in qualche modo, il Gora mi rifiuta. La grande montagna mi ricaccia indietro e non posso fare altro che avanzare lentamente, un passo dopo l'altro, per i sentieri conosciuti, cercando di ritrovarne il tracciato sotto la crescita della vegetazione. La milizia invia squadre di mantenimento sul Gora, ma le forze non sono mai abbastanza.
Tiro fuori la mappa dallo zaino, anche se so dove sono, controllo la posizione. La notte, appena chiuderò gli occhi, la mappa mi si disegnerà dietro le palpebre. Il rifugio. I punti migliori per i lunghi appostamenti durante la caccia alla Bestia. Tutti i posti in cui non ho ritrovato il corpo di mio padre. E insieme, la sensazione di essere osservato. Dall'esterno, ma anche dall'interno. Da un punto fermo nel tempo, più avanti di oggi, dove qualcuno mi sta aspettando. A volte succede. So che mio fratello, Mattias, verrà a raccogliere i miei ricordi. Tutte le volte che accade, mi chiedo se sono sul punto di morire. Ma non ancora, non stavolta. Chiudo gli occhi per un istante, li riapro. E vedo la volpe. È una cosa dorata che si muove, come lo spirito a cui offriamo le croste di pane davanti al rifugio. Scompare, riappare. Mi strofino gli occhi. Il sedat, anche a distanza di tanti anni, dà allucinazioni. Ma non è un'allucinazione, è una preda. Dorata, magnifica. Potrei portare la pelle a Agnes, o imbalsamarla.
Mio padre cacciava volpi, quando era giovane, molti anni prima di conoscere mia madre, prima che io e mio fratello nascessimo. Poi sembrava che fossero scomparse dal Gora. Forse per via della Bestia, e durante la guerra civile, quando si mangiava ogni carne. Anch'io più di una volta, in quegli anni, ho mangiato carne di volpe. Non so perché adesso quel sapore selvatico mi sembri tanto desiderabile. È come se mi stessi imbestiando. Passo le mani sulla carne delle braccia per cogliere qualche segno di trasformazione, sento il sudore che si va gelando nella temperatura che scende. Poi mi scuoto da quei pensieri, cerco di cancellarli passandomi una mano sulla fronte.
Chiudo di nuovo gli occhi. L'immagine della volpe non scompare. La creatura è ancora là. Mi sta aspettando, o è venuta a prendermi. Vuole avere con me la conversazione della morte. L'intermittenza di oro e rosso sembra prendersi gioco di me. Poi la volpe si mostra in piena luce, in uno slargo tra gli alberi. Comincia a correre, e io dietro di lei. Corro come se non dovessi mai restare senza fiato, come se lo scopo della mia vita, dell'avere un corpo, fosse accanirmi sulla preda. Quando la volpe scompare, sono una massa di muscoli e tendini che cade bocconi a terra. L'ho persa, e ora sono lontano dai sentieri, in mezzo al niente, in una delle zone sconosciute alla mia mappa e a me stesso, che qui sopra ho passato anni. Non mi resta nient'altro da fare se non accamparmi.
***
Mi sveglio di colpo, forse un'ora dopo. Sono scivolato nel sonno senza rendermene conto. Stiro i muscoli, cerco di captare se fuori, dietro lo schermo leggerissimo della stoffa, c'è qualcosa. La volpe, forse. A svegliarmi dev'essere stato un rumore, ma difficilmente i predatori fanno rumore nel buio. Le dita sul coltello, faccio scendere la zip della tenda. Il buio fuori è immenso. Afferro la torcia, punto la luce in quell'immensità oscura, e si delinea un corpo. Una ragazza. Avrà vent'anni, i piedi nudi, le braccia sottili. Ha un paio di jeans e i capelli di un rosso dorato, violento, raccolti in una treccia. La guardo e mi sembra impossibile che un altro essere umano possa essere qui, davanti a me.
© 2012 Laura Pugno. Pubblicato
in accordo con Grandi & Associati
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