Quel Satana fa ridere (ma è un trucco)

A vederla sugli scaffali della Feltrinelli o di qualunque altra libreria, mischiata ai tomi di fede varia etichettati da zelanti librai sotto l’ecumenica definizione di «spiritualità», si potrebbe scambiarla per un fumetto finito al posto sbagliato. Non foss’altro per quella copertina con una diavolessa procace sullo sfondo e Belzebù, disegnato in primo piano, con i tratti da Clark Gable e l’aria da piazzista d’antan.
Eppure La bibbia di Satana di Anton Szandor LaVey (pagg. 253, euro 14), per la prima volta tradotta in italiano dall’editore Arcana, è tutt’altro che cosa per bambini. Questo libro è il fondamento del satanismo moderno, di quella Chiesa di Satana che ha ispirato Charles Manson e ha fornito un brodo di coltura, più millantato che reale, a una buona fetta di rock che si voleva sulfureo e cattivello, mentre in realtà era soprattutto business. Così fa un po’ specie vederla campeggiare in mezzo a libri che, più o meno ispirati, più o meno religiosamente convenzionali, parlano tutti di pace, amore e innalzamento dello spirito. Mal che vada di storia delle religioni. Per carità, niente moralismi e niente censure, dei libri non bisogna aver paura, men che meno scriverci sopra «vietato ai minori di anni 18». Eppure una collocazione diversa, o almeno una nota introduttiva un po’ illuminata e illuminante per questo testo, vergato nel 1969, la si potrebbe anche pretendere.
Perché se nel libro di LaVey, scritto con tono che spazia senza soluzione di continuità dal materialismo al delirio magico, sono presenti idee che erano controcultura negli anni ’60 e adesso sono poco più che iatture ideologiche - ribellismo anarcoide, individualismo esasperato, materialismo cialtrone che aveva la pretesa di fare a pugni con il buonismo allora in voga -, le modalità in cui sono espresse erano e restano di quelle di cui si deve diffidare.
Basti un’incitazione all’odio costantemente ripetuta nel testo: «Se un uomo ti colpisce una guancia fracassagli l’altra». Oppure l’aggressione costante alle religioni che predicano l’amore: «Costringerti a provare indiscriminatamente amore è veramente innaturale». Un’aggressione che verso alcune fedi - tra cui il cristianesimo, l’ebraismo e l’Islam - va molto oltre il livello del buon gusto: «Io fisso il vostro timoroso Jahvè e lo prendo per la barba; e schianto con la scure il suo cranio...».
E certo una persona normodotata si limita a girare pagina, a farsi due risate, quando scopre che la festività più importante per il satanista egocentrico ed egoistone è il compleanno o che, gratta gratta, il risultato di tante formuline, da recitare in linguaggi inesistenti, è sempre la speranza che il sulfureo ci conceda magnanimo la possibilità di farci i comodacci nostri a spese altrui. Tutte cose a cui nei nostri momenti peggiori arriviamo - degeneriamo - in solitaria, senza bisogno di istruzioni per l’uso.
Però poi ti torna in mente che questo è il Paese delle Bestie di Satana, che c’è gente che legge un solo libro nella vita e potrebbe essere così sfortunata da incappare in questo, senza che nessuno nell’introduzione ci scriva almeno una parolina di avviso, di critica ragionata... Magari raccontando le falsità con cui LaVey ha costruito il suo personaggio ammaliando, agli inizi, quella parte di Hollywood (basti citare Jayne Mansfield e Roman Polanski) a cui la trasgressione piaceva per principio. Perché se è esistito un tempo, sbagliato, in cui imperava il piglio censorio, e il peggio l’ha fatto quella sinistra sempre pronta a definirsi libertaria, la smania di pubblicare tutto funziona solo a patto di mettere nelle quarte di copertina le istruzioni per l’uso. Perché è vero che tutto è cultura, ma solo se si hanno i mezzi per etichettare, per discernere. E non basta giustapporre i libri, ammonticchiarli nella babele libraria per farlo succedere.