Quel sogno liberale di Amendola ucciso dai totalitarismi

«Il fascismo, nonostante il suo carattere reazionario, obbedisce tuttavia ad un dogma, nato con il giacobinismo, dello Stato-Leviathano, della cui vita le vite individuali sono momenti subordinati e trascurabili. Il tremendo falansterio, che costituisce l'ideale cui obbedirono ugualmente la Prussia imperiale e il socialismo di Marx, ha tentato di incarnarsi ancora una volta, così nel bolscevismo come fascismo». Con questo straordinario giudizio - che per molti versi anticipava di decenni gli studi argomentati di Jacob Talmon, Renzo De Felice, Domenico Settembrini e Zeev Sternhell - il liberale Giovanni Amendola bollava, nel 1925, il disegno di Mussolini che portò l'Italia alla costruzione dello Stato totalitario. Il fascismo, per Amendola, era perfettamente accomunabile al comunismo, avendo, come questo, la sua originaria matrice nel giacobinismo. Del tutto inclini a realizzare un autentico organicismo sociale, essi si posero contro l'ethos borghese e liberale. Fascismo e comunismo furono infatti due forme diverse di un unico fenomeno, il totalitarismo, termine, quest'ultimo, come ricorda Alfredo Capone, «coniato per primo in Europa» proprio dallo stesso Amendola, con il quale, per l'appunto, «egli comprendeva sia il fascismo che il bolscevismo»: Giovanni Amendola (Salerno pagg. 437, euro 24).
Capone ci restituisce a tutto tondo la complessa figura di Amendola. Permeato da una profonda sensibilità religiosa, Amendola si avvicinò al modernismo, con un suo personale cristianesimo. Fu contrario in egual misura all'hegelismo e al positivismo, riconoscendosi in un liberalismo che voleva essere espressione di una coscienza etica nazionale. Si oppose perciò, sia pure in forma diversa, al giolittismo, al radicalismo e al socialismo. Liberista e anti-nazionalista, aderì all'interventismo democratico. Dopo il conflitto, sostenne, come sottosegretario al ministero delle finanze, il governo presieduto da Nitti poi, dal 1922, fece parte del gabinetto Facta, in qualità di ministro delle Colonie. Si batté sempre per una strenua difesa dello Stato di diritto e fu dunque avverso sia al sovversivismo socialista, sia allo squadrismo fascista. Per conseguenza si oppose ai tentativi provenienti da repubblicani e comunisti di abbracciare qualsiasi forma di opposizione insurrezionale al fascismo. La sua azione politica fu rivolta soprattutto a unire quanti più liberali possibili intorno a una comune idea di democrazia parlamentare. Insieme a Giulio Alessio rappresentò la tendenza più intransigentemente antifascista proponendo, la notte precedente la «marcia su Roma», l'impiego dell'esercito per stroncare il colpo di Stato. Dopo la marcia su Roma, divenne il capo riconosciuto di tutte le forze costituzionali di ispirazione liberal-democratica, specialmente con la secessione parlamentare dell'«Aventino». Nell'aprile del 1925, come è noto, si fece promotore con Benedetto Croce di un manifesto di risposta a quello degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile. Amendola, che pagò con la vita la sua opposizione al regime di Mussolini (aggredito più volte dagli squadristi, morì a Cannes per un'ennesima bastonatura), riassume emblematicamente la tragedia del liberalismo italiano. In Italia la crisi della civiltà liberale poteva infatti riassumersi così: il liberalismo non aveva potuto fare a meno della democrazia, la democrazia, però, non era stata in grado di salvare il liberalismo.