Quella Venere nel letto con Paolina Bonaparte

La bellezza non è un ideale solo dei nostri giorni. Ad affannarsi per lei sono tutti i secoli. Si trattava e si tratta di scegliere quale tipo di bellezza: Rubens amava quelle floride, Raffaello la perfezione nelle misure. E Canova? Per il grande scultore neoclassico la bellezza era quella greca. Tanto che Stendhal, nel suo Viaggio in Italia, annotava che Canova «aveva inventato la Bellezza, così come i greci avevano fatto».
Ma Canova non copiava, «ricreava» la bellezza. Nato nella veneta Possagno l’1 novembre 1757, in una terra abitata da tagliapietre e scalpellini, cresciuto in una bottega di cavatori, aveva un rapporto privilegiato con il marmo, che riusciva a levigare sino a ridurlo a «vera carne», vivo. Le sue statue, Muse, Grazie, Veneri, Amorini, lisce, levigate, immobili, incarnano un ideale di bellezza antico e moderno insieme, fredde in apparenza, ma parlanti e rivelatrici in realtà. Il fascino della discussa Paolina Borghese Bonaparte come Venere Vincitrice, realizzata tra il 1804 e il 1808, stava proprio in questo ideale di perfezione che contrastava con il personaggio, tutt’altro che divino, rivelato da quella nudità graziosa e spregiudicata. E Il principe Henryk Lubomirski come Eros (Amorino Lubomirski)? Un ragazzo di 13 anni, bellissimo, di cui era infatuata la tutrice, Izabela Lubomirska, che se lo portava dietro dovunque, tra le chiacchiere della gente, facendolo immortalare da pittori e scultori. Canova ne coglie la bellezza conturbante, lasciandoci l’enigma di quel rapporto e l’incanto di quella piccola figura, viva ancora oggi.
Al grande scultore Roma dedica una delle più ricche e raffinate mostre, che aprirà giovedì prossimo, 18 ottobre, proprio in quella Galleria Borghese che lui stesso aveva definito la «villa più bella del mondo» quando, incontrando Napoleone a Fontainebleau nel 1810, aveva lamentato la vendita della ricca collezione di antichità di Camillo Borghese allo stesso Bonaparte, fratello di Paolina e suo cognato. La rassegna, che celebra i 250 anni dalla nascita di Canova, presenta insieme al famoso marmo Paolina Borghese come Venere Vincitrice, conservato nella stessa Galleria, cinquanta capolavori, giunti da tutte le parti del mondo, e giocati sul tema della bellezza. Ci saranno le Tre Grazie, la Naiade, la Ninfa dormiente, La Venere di Leeds, La Venere italica, Amore e Psiche stanti, la serie completa degli Amorini e tante altre celebri sculture, insieme a bozzetti, disegni tempere, crete e terrecotte.
L’intento è sottolineare la continua rielaborazione, dalla fine degli anni Ottanta del Settecento, del tema di Venere, dea della bellezza, trattata in modo autonomo o trasformata in Adone, Amore, Grazie, Apollo, Muse varie. Indagando le complesse relazioni tra Canova, il principe Camillo Borghese e la famiglia Bonaparte, per la quale l’artista aveva inventato la particolare tipologia del ritratto divinizzato in scultura, come quello della stessa Paolina Borghese come Venere. Oppure quello della Musa Polimnia sotto le cui vesti si era fatta ritrarre Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone, o ancora di Tersicore, che rappresentava idealmente Alexandrine de Bleschamps, moglie di Luciano Bonaparte.
La bella Paolina, sdraiata su un sontuoso letto antico, appoggiata mollemente su una serie di cuscini, ha una lunga storia, come statua e come persona. Il pube e le cosce lievemente coperti, la schiena apprezzabile in tutte le sue fossette, perché Canova voleva che le sue statue fossero visibili da tutte le parti, come persone vive, era una delle sorelle di Napoleone. Sposata nel 1797, a diciassette anni, con il generale Leclerc, l’aveva seguito a Santo Domingo. Tornata nel 1802, vedova, aveva sposato in seconde nozze nel 1803 il principe Camillo Borghese, diventando uno dei personaggi più popolari e mondani del tempo. Canova voleva ritrarla come Diana, ma lei aveva preferito Venere. Il pomo in mano, come la Venere Vittoriosa designata dal giudizio di Paride come la più bella delle dee, la scultura riprende tutta la tradizione classica: dalle statue greche alle figure giacenti dei sarcofagi etruschi, dalle Veneri di Giorgione e Tiziano alla Saffo di Johann Heinrich Danneker, grande scultore di Stoccarda apprezzato da Canova, al Ritratto di Juliette Récamier di David del 1800. Lo scopo di Canova era creare non una Venere antica, ma una Venere moderna che si misurasse non solo con il passato, ma anche con la pittura e la scultura contemporanee.
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LA MOSTRA
«Canova e la Venere Vincitrice». Roma, Galleria Borghese, dal 18 ottobre al 3 febbraio. Curatori: Anna Coliva e Fernando Mazzocca. Catalogo: Electa. L’esposizione è dopo quella dedicata a Raffaello, la seconda del programma «Dieci grandi mostre», progettate dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano. Le altre saranno dedicate a Correggio (2008), Bacon e Caravaggio (2009), Dosso Dossi (2010), Tiziano (2011), Cranach (2012), Bernini (2013), Domenichino (2014), I Borghese e l’Antico (2015).