Il racconto

Quando mi voltai di nuovo in direzione del musicista mi accorsi che Valeria era venuta a sedersi davanti a me. Valeria era la moglie di Andrea, detto ancora Andrea Uno, anche se l’altro viveva da nove anni a Buenos Aires. Andrea sedeva con gli altri al tavolo, cinque metri dietro, dove si discuteva animatamente della fine della gioventù. Sul palco per adesso c’era solo il bassista.
«Tu ascolti tanta musica?»
Dissi qualcosa.
«Senti ancora. Tu...».
Ebbe un attimo di imbarazzo.
«Tu... fai ancora l’amore con Ale?»
Ale quella sera era rimasta a casa.
«Perché mi fai questa domanda?»
«Perché voglio che mi guardi».
In quel momento mi ricordai che Valeria era una famosa psicoanalista.
«Posso chiederti una cosa?»
«Sono qui».
Si sporse a guardarmi. Teneva i gomiti sul tavolo e sulle dita incrociate aveva appoggiato il mento.
«Vorrei sapere se non hai proprio niente da dirmi».
«Cosa?»
«Mi sembra che tu voglia dirmi una cosa».
«Da quanto tempo hai questa impressione?»
«Facciamo da vent’anni?»
Cercai di salvarmi con una battuta che lei non sentì.
«Mi ero messa con Andrea da tre giorni. Quando ti dissi quella cosa».
Mi aveva detto chiaramente, in presenza di altri, che avrebbe volentieri lasciato Andrea per mettersi con me. E io, benché fossi innamorato di lei, non dissi niente, lasciai cadere il discorso e poi non se ne parlò mai più. Lei sposò Andrea ed ebbe con lui una vita bella, allietata da quattro figli tutti belli, buoni e intelligenti, tutte persone, come si dice, molto interessanti.
«Adesso possiamo dire qualcosa?»
Gli altri, al tavolo, parlavano animatamente.
«Se succedesse di nuovo adesso, come ti comporteresti?»
«Non può succedere adesso. Con sette figli di mezzo e due matrimoni fortunati».
«Stupido. Non intendevo quello. Prova a pensare: noi, con l’età di adesso, con l’esperienza di adesso, ma con la situazione affettiva di allora: io appena fidanzata, tu ancora libero».
«Valeria, io ero innamorato di te».
«Lo so».
«Mettiamo che ti dica di sì».
«È la tua risposta?»
Certo che era la mia risposta, ma volli mentire.
«È un’ipotesi» dissi.
Valeria mi guardò con quel suo sguardo insieme duro e supplicante, che le conoscevo da sempre.
«Non farmi credere che di fronte a questo fatto tu sei capace soltanto di svignartela. Ricominciamo. Io, la ragazza già fidanzata, torno a chiedere a te, ragazzo libero, perché per prima cosa hai pensato di dirmi di sì - sì, Valeria, lascia pure Andrea, io voglio diventare il tuo ragazzo - Cristo, me lo vuoi dire?»
«Oddìo Valeria, non lo so».
«Certo che non lo sai. Ma tu interroga il tuo non-sapere e dimmi quello che trovi».
«Trovo che ti amo, Valeria».
Subito provai spavento per le mie parole. Come avevano fatto a uscirmi? Erano vere? Adesso non mi sembravano più vere. No, non la amavo. Chi aveva detto «ti amo»?
Quanto a Valeria, sono certo che si aspettava questa risposta anche se ne subì ugualmente il colpo, infatti rimase in silenzio per qualche istante.
Valeria appoggiò le palme aperte sul tavolo.
«Mettiamo che quella sia la risposta».
«Sì».
«Quella risposta c’era già - sia pure non detta - vent’anni fa? O è nata cammin facendo?»
«Vent’anni fa era lì, come adesso».
«Vent’anni fa eri innamorato di me?»
«Lo sai».
«Non so se lo so. Dimmelo tu».
«Certo che lo ero».
«Anch’io, certo, anch’io».
Valeria si morse il labbro.
«Eppure...».
«Eppure».
«Eppure lo sai? Credo che tu mi abbia dato la risposta sbagliata. Adesso so che non era la risposta che volevo».
«Volevi che ti dicessi di no?»
«Lo so adesso. Era quella».
«Perché?»
«Ti ricordi com’è cominciata tutta questa discussione?»
Mi girai e vidi i nostri amici ancora impegnati. I volti accesi, le mani strette a pugno: e il più giovane aveva già passato i cinquant’anni. Noi siamo quelli lì, pensai.
«Guardali» disse Valeria, «come sono ancora pieni - come siamo ancora pieni - dei ragazzi di allora. Noi siamo proprio così».
Sorrisi.
«Invece non lo siamo» continuò Valeria. «Non per i capelli bianchi e la calvizie incipiente e le zampe di gallina intorno agli occhi. Non per i tumori da cui qualcuno è guarito, non per gli incidenti stradali e quelli giudiziari. Ma perché tu hai detto quel sì. Perché lì sta la nostra vecchiaia. Ho aspettato tutti questi anni per sentirmi dire quel sì. Ho desiderato sapere se il nostro amore che non è mai uscito alla luce avesse vissuto una sua vita sotterranea, e adesso lo so: sì, ha avuto una vita lunga vent’anni. Ha avuto una storia. Nonostante io ami Andrea e tu ami Ale, io e te abbiamo continuato ad amarci. Una cosa romantica e anche un po’ piccante, no? Ma mentre dicevi sì, e poi quando mi hai detto quella frase che mi ha fatto battere il cuore, io ho sentito in bocca qualcosa di amaro. Perché vent’anni fa mi dicesti di no?»
«Dimmelo tu».
«Non lo so di preciso».
«Cosa sai?»
«So che l’hai fatto per eroismo»
«Sì, fu una cosa eroica. Io ero innamorato pazzo di te, Valeria. Però dissi di no perché Andrea ti amava, e Andrea era, ed è, il mio più caro amico».
«Però adesso mi diresti di sì, e Andrea guardalo» disse indicandolo: «è lì».
Fu in quel momento che mi resi conto di cosa si stava parlando. Non avevamo mai cambiato argomento.
«Sai perché mi diresti di sì? Perché sei più stanco, e per certe cose non saresti più disposto a dare la vita. Vent’anni fa, però, l’hai data. Per amicizia hai rinunciato all’amore: questo è come immolarsi al posto di qualcun’altro, un gesto da eroi, da santi, o da pazzi, o meglio ancora da giovani eroi pazzi e santi tutto insieme. Forse, se al tempo mi avessi detto di sì, adesso non ci ameremmo più, probabilmente non saremmo nemmeno più amici. Io amavo quell’eroe che mi diceva no, anzi, se vuoi che te lo dica ero in qualche modo sicura, anche se non osavo dirlo a me stessa, che tu mi avresti detto no. Io ho amato l’uomo che mi aveva detto no proprio a causa di quel no, e per vent’anni l’ho tenuto puro dentro di me».
Mi guardò sorridendo.
«Mio caro: questo era essere giovani. E adesso non lo siamo più, adesso mi porteresti via da Andrea, dal tuo più caro amico».
Guardò ancora in direzione di suo marito, e quando si volse nuovamente verso di me aveva un’altra faccia. Era così cambiata che quasi mi spaventai.
«E io» disse lentamente, sottovoce, con un velo di sorriso impudico che le arrossava il viso «mi lascerei - mi lascerei portare via. Dimmelo adesso, e vengo via. Dimmelo, e vengo via...».
Tacque per un istante, come se volesse misurare il silenzio che aveva prodotto in me.
«Sì» confermò «mi lascerei portare via. Ne sono certa. Ne ho una voglia pazza, proprio adesso, qui».
Le scappò una risata nervosa.
«Con il corpo che brucia - mi daresti un bacio, qui, adesso?»
«Cosa?»
«Un bacio, adesso. Il bacio che non ci siamo mai dati».
Riuscii a dire:
«No, Valeria».
Il mio rifiuto la obbligò a cambiare tono.
«Certo, certo».
Si rassettò giacca e gonna, come se tra noi ci fosse stato un abbraccio inopportuno. Gli occhi però continuavano a implorare qualcosa.
«Ma... ma nemmeno un bacio d’addio?»
No, non era il bacio che voleva. Le carezzai la testa.
«Eppure questo è un addio, lo sai?»
Di nuovo indugiò. Feci per parlare ma lei mi zittì appoggiandomi due dita calde sulle labbra. Poi con calma disse queste parole che non mi aspettavo.
«La ragione. Eccola qui. Brucio tutta, e la mia ragione è fredda e arida. Che male mi fa».
Cara Valeria. In tutti questi anni sei scesa nel dolore di altre persone, molte ne hai guarite, da altre che non hanno voluto guarire sei stata rattristata fino a consumare certe tue notti nell’agitazione e (così assicura Andrea) nel pianto. Io invece ho fatto lo scrittore e questo mi ha permesso di alleggerire il peso della vita. Mille storie, mille personaggi sono nati in me in questi vent’anni: non tutti perfettamente comprensibili, non tutti amabili, non tutti ben vestiti. Ho lasciato che la mia vita fosse almeno in parte trasportata dalle loro vicende, l’ho lasciata andare sulle loro navi, sulle loro automobili.
Ma oggi sono stanco di queste cose, e ho voglia di ricominciare. L’eroismo di quel momento, l’eroismo di quando rinunciai all’amore per l’amicizia. Quell’eroismo che nessuno capisce più. Questo è ciò che voglio, la gioventù, quella che non si può riavere.